le cose che scrivo, le foto che faccio.

09.un libro

prima però spiego

unodiquestigiorni è un libro che ho scritto spannometricamente otto anni fa. ai tempi scrivevo più di quanto scrivo ora, speravo di entrare nel grande mondo dell’editoria, beata ingenuità, ho scritto la bellezza di tre libri, che chiamarli romanzi mi vien male, e un po’ di racconti, i racconti me li han poi pubblicati, i libri non c’è stato verso. gli altri due libri fan proprio cagare, unodiquestigiorni invece secondo me si salva. l’avevo mandato a un po’ di editori, niente. l’ho anche mandato a paolo nori, che a quei tempi aveva tirato in piedi una cosa con l’editore fernandel, doveva curare per questo editore una collana di libri che si sarebbe poi chiamata ldm, libri di merda vuol dire ldm, paolo nori quella volta è stato gentilissimo mi ha mandato a casa una lettera scritta di suo pugno, ce l’ho ancora da qualche parte questa lettera che mi ha mandato paolo nori, mi diceva paolo nori che il mio libro era anche leggibile, solo, secondo lui il mio modo di scrivere ricordava un po’ troppo il suo, che quindi il mio libro era un po’ come quei gruppi musicali che vanno in giro a suonare, non suonano pezzi loro perchè non son capaci, vanno in giro a suonare cover.
cover è una parola inglese, vuol dire coperta, ma vuol dire anche suonare i pezzi di gente famosa.
e allora, a quel punto ho lasciato poi perdere, il mio libro non l’ho più mandato agli editori è rimasto nel mio computer.
ora son passati un po’ di anni, mi dispiace lasciarlo lì a far niente, unodiquestigiorni. che tutto sommato è un libro anche leggibile. e allora ho pensato di metterlo qui su questa pagina, chi vuole può leggerlo.

unodiquestigiorni

di

aurelio tushio toscano


il problema del vivere da soli è che la roba da mangiare spesso e volentieri va in malora nel frigorifero.

non me l’aspettavo, io non ci avevo mai pensato, ieri è successa una cosa inaspettata, mi ha sconvolto tutti gli equilibri. che uno magari queste cose non le considera, non ci riflette nemmeno su, poi un bel giorno succedono, le cose.

e poi è un casino.

che arrivare impreparati quando c’è da ricevere gli eventi che si presentano inaspettati, ci vuol della bravura, ci vuol dell’esperienza, che non si può mica, per dire, improvvisare. eh no. uno dovrebbe riservare uno spazio apposito, nelle ore delle sue giornate, all’allenamento. voglio dire, secondo me la gente dovrebbe programmarsi un minimo il tempo a disposizione, farsi un appunto di quelli da attaccare coi postit gialli allo sportello del frigorifero, che se poi la gente ha dei frigoriferi alla moda, dei frigoriferi dal design moderno, che la gente magari vuole essere originale, per fare un po’ di scena magari compra dei frigoriferi gialli, poi è un problema, che i postit gialli poi non vanno bene, si mimetizzano, poi non si vedono più, perdono tutta la loro utilità, queste persone che comprano i frigoriferi dal design moderno di colore giallo sono fortunate, che i postit nelle cartolerie ben fornite si trovano anche di colori diversi dalla colorazione gialla classica, nelle cartolerie ben fornite i postit si possono comprare verdi o arancioni, adesso non lo so se sul frigorifero giallo risalta di più il postit verde o quello arancione, non saprei dirlo, comunque, la gente dovrebbe munirsi di postit da scriverci sopra e poi attaccarli sugli sportelli dei frigoriferi. ecco, dicevo, la gente, secondo me sarebbe bello scriverselo anche bello grosso, che poi sul frigorifero si vede bene, salta subito all’occhio, bisognerebbe scriverci sopra: dalle ore ventuno alle ore ventidue meditazione preventiva.

poi, a questo punto, uno arriva lì, si piazza davanti al frigorifero, che lui vorrebbe aprire lo sportello del frigorifero per prelevare dal suo interno, cosa ne so, del succo di frutta, una birra, la pasta avanzata dal pranzo, faccio per dire, per prelevare dall’interno del frigorifero una di quelle cose che comunemente si trovano internamente ai frigoriferi, arriva lì, fa per aprire lo sportello, vede questo postit giallo con una scritta, si chiede uh, cosa ci fa qui un postit giallo, vediamo cosa c’è scritto, si fa questa domanda legittima, legge questa cosa che c’è scritto sul postit: dalle ore ventuno alle ore ventidue meditazione preventiva.

ebbè, si chiede il malcapitato che voleva prelevare dall’interno del frigorifero il succo d’arancia refrigerato, checcazzo è la meditazione preventiva? che poverino, il malcapitato è la prima volta che trova un postit giallo sul suo frigorifero, la meditazione preventiva non l’ha mai sentita nominare, chissà che roba è, la meditazione preventiva, si pone questa domanda, che magari lui, tra le ore ventuno e le ore ventidue aveva messo in conto di starsene seduto davanti alla televisione a bere del succo d’arancia refrigerato, aveva voglia di star tranquillo, e invece spuntan fuori questi postit con dei messaggi strani, chi cavolo li appiccica in giro questi postit coi messaggi strani, sarebbe anche ora di capirlo.

l’ho appiccicato io, il postit.

l’hai appiccicato tu? bravo, l’avevo immaginato. che in questa casa ci viviamo io e te, siamo coinquilini, come si suol dire, c’era da immaginarselo, che lo avevi appiccicato tu.

eh.

eh. bene. ora magari mi spieghi anche cosa vorrebbe dire, questa cosa della meditazione preventiva.

son qui apposta, te la spiego volentieri, la meditazione preventiva. tu hai presente quando ti succedono le cose, le cose difficili, ti faccio un esempio tanto per aiutarti a capire, che te sei un po’ duro di comprendonio, come dicono a bergamo, se non ti faccio gli esempi pratici non capisci mai una mazza, le cose difficili sarebbero come quando uno ti manda a cagare, che tu non te l’aspettavi, di sentirti mandare a cagare così inaspettatamente, lì per lì non sai cosa dire e, effettivamente, resti lì zitto, non dici niente, ti fai mandare a cagare così, e invece sarebbe bello avere una risposta pronta, una di quelle risposte taglienti che spiazzano l’avversario che ti ha appena mandato inaspettatamente a cagare, la risposta tagliente lì per lì non ti viene. ti viene poi dopo, la risposta tagliente, quando sei a casa da solo, magari sei anche già a letto, magari è anche tra le ore ventuno e le ore ventidue, che tu sei lì a guardare il soffitto, ti viene in mente la risposta tagliente che spiazzava l’avversario, ti faceva uscire vincitore in quella situazione difficile, la risposta tagliente ti viene, ma non ti serve più a niente, che ormai è troppo tardi. ora, adesso non farti sviare da questo esempio che ti ho fatto, che è solo un esempio, le cose inaspettate che ti dicevo prima possono essere di tutti i tipi, possono essere molteplici, se vogliamo usare una parola difficile, non riguardano solo i diverbi in cui ti mandano inaspettatamente a cagare, che tu sei un po’ duro di comprendonio, come dicono a bergamo, poi ti fissi su quell’esempio che ti ho fatto, ti manca l’elasticità per estendere il ragionamento anche a tutto il resto, fa niente. dicevo, la meditazione preventiva sarebbe il contrario di quella cosa che ti capita quando le risposte giuste ti vengono troppo tardi, che non ti servono a niente, tra le ore ventuno e le ore ventidue, ti vengono, di solito. la meditazione preventiva, lo hai già capito da solo, lo dice la parola stessa, lo vedo da come mi guardi che hai già capito la mia idea geniale, funziona così, che tu ogni sera ti metti lì buono buono sul tuo lettino a guardare il soffitto, tra le ore ventuno e le ore ventidue, ti prepari. ti immagini le situazioni inaspettate, rifletti su quelle eventualità che normalmente le dài per non verificabili nella tua vita di tutti i giorni, fai finta che invece si verificano, tu ti immagini quel che potrebbe succedere, ti fai venire in mente dei bei modi per affrontarle senza problemi, queste situazioni inaspettate, ti porti avanti. hai capito?

no.

per forza, sei duro di comprendonio, come dicono a bergamo, non sei nemmeno di bergamo, di dove sei che non mi ricordo, sei di belluno, bel posto belluno, se invece di nascere a belluno te nascevi a bergamo, facevi una vita mica tanto facile, dammi retta. lasciamo perdere, che è meglio, che uno ci prova a spiegarti le cose, non capisci mai una mazza, non c’è gusto, perdere tempo a spiegarti le cose, tanto quel postit non l’ho mica messo lì per te, l’ho messo lì per me, che devo ricordarmelo io che tra le ore ventuno e le ore ventidue devo fare meditazione preventiva, che se vuoi farla anche te, la meditazione preventiva, non ci son problemi, così poi il postit sul frigorifero fa comodo anche a te, mica solo a me, siamo più contenti tutti, è più contento anche il postit, di questa sua duplice utilità, invece niente, tu sei duro di comprendonio, non c’è niente da fare, io ci ho provato a spiegarti le cose, ti ho fatto anche l’esempio, lasciamo stare che è meglio, anzi, guarda là l’orologio che c’è appeso al muro, che ore sono, si è fatto tardi, mancan cinque minuti alle ore ventuno, ora se non ti dispiace io mi ritiro nelle mie stanze,  come si dice, che di stanze ne ho una sola, sono mica il re, che il re ha un sacco di stanze, in questo appartamento che dividiamo io e te, io ho una stanza sola, adesso mi ritiro nelle mie stanze a sdraiarmi sui miei letti, a guardare i miei soffitti, che tra cinque minuti mi comincia la meditazione preventiva, ecco, scusami tanto, devo proprio andare, che non posso fare tardi, tu gustati il succo d’arancia refrigerato e non ti preoccupare, ci vediamo poi tra un’oretta.

ma tu pensa, con tutta la gente che c’è in giro, proprio con uno di belluno dovevo capitare a vivere, gli ho pure detto che belluno è un bel posto, non ci son neanche mai stato a belluno, non lo so se è un bel posto, belluno. devo appiccicare un altro postit allo sportello del frigorifero con scritto: vai a belluno. solo, è meglio di no, che poi magari lo legge il mio coinquilino, il postit con scritto: vai a belluno, chissà cosa pensa, quando legge così.

io ho un problema. che io, le cose che scrivo, le scrivo prevalentemente di sera, di giorno lavoro, sto in giro tutto il giorno, che del lavoro che faccio io poi magari ne parliamo più avanti, la sera, dopo che ceno, dopo che faccio le mie meditazioni preventive mi metto a scrivere, son lì che scrivo, dopo un minuto comincia  a venire su la puzza dei miei piedi, che son stato in giro tutto il giorno, mi puzzano i piedi, è una fatica star lì a scrivere, delle volte.

poi, la sera, tra le ore ventuno e le ore ventidue, uno ci proverebbe anche a fare della meditazione preventiva, che ritagliarsi un’ora al giorno, cosa ci vuole, ci riescono tutti. tutti, non lo so se ci riescono tutti, io, per quanto mi riguarda, faccio fatica. non è facile per niente. anche oggi, per fare un esempio, ero lì in studio che portavo avanti le mie faccende lavorative quotidiane, che il mio lavoro mi impegna molto, ne parliamo magari poi più avanti, del mio lavoro, mi telefona il mio amico carlo, ho bisogno che io e te ci vediamo stasera, mi dice al telefono.

e allora questa sera viene carlo a cena, qui a casa mia. per fortuna il mio coinquilino di belluno questa sera non c’è, che nel pomeriggio ha preso un treno, è andato a belluno. son qui che preparo i rigatoni con un sugo pronto, di quelli che vendono già belli e pronti nei barattoli di vetro, alla siciliana. che poi sarebbe pomodoro olive e capperi. i miei genitori sono siciliani, in sicilia ci vado spesso, quasi ogni anno, e non ho mai mangiato una pasta col pomodoro olive e capperi. mai. io, con questa gente dei sughi pronti, vorrei farci quattro chiacchiere. o mi ci metti i finocchietti e le sarde e i pinoli e l’uvetta e il pan grattato, nel sugo, oppure mi fai il sacrosanto piacere di non scrivere sui tuoi barattoli che dentro ci sta un sugo alla siciliana, gli direi. già me li immagino i dirigenti della knorr e della starr tutti vergognosi che dicono scusi, noi non pensavamo, noi non credevamo. lasciamo perdere. lasciamoli stare questi sughi pronti, che nel frattempo è arrivato carlo. io ho stappato una bottiglia di primitivo di manduria, che fa i suoi sedici gradi, già da un paio d’ore. metto su l’acqua per la pasta, che ho una fame che mi si porta via. carlo ha voglia di parlare. io sono lì che giro il sugo alla siciliana nella padella coi suoi bei capperini e le sue belle olivine e ci aggiungo un po’ di pepe macinato e due foglie di basilico, per dargli un minimo di dignità, a questo sugo siciliano che a guardarlo mi viene da ridere, e carlo mi guarda e mi dice io ho un problema che non ne ho mai parlato con nessuno e questa sera ho voglia di parlarne. io butto la pasta e mi passa la voglia di ridere. allungo la mano e spengo la radio che stava suonando una musichetta languida e meticcia. la spengo perché carlo ha voglia di parlare e io è tanto che non ascolto uno che mi parla dei problemi suoi, ed è meglio se lo ascolto in silenzio, senza la radio che si sovrappone alle parole di carlo. io ho un problema grosso che mi porto dentro mi dice carlo. e io penso oddio, adesso salta fuori che carlo ha una malattia strana e che gli restano due mesi di vita. e io penso oddio adesso salta fuori che carlo è omosessuale e non me l’ha mai voluto dire prima. e io penso oddio adesso salta fuori che carlo è stato violentato dallo zio quando era piccolo.

carlo ha problemi di figa.

tutto qui. cioè, non che avere problemi con le donne non sia un problema, anzi. solo, carlo non ha una malattia strana. tiro un sospirone, che da come l’aveva iniziata a buttare lì, mi stavo preoccupando. carlo non muore tra due mesi, carlo non è stato stuprato, se ha problemi di figa, va anche da sé che non è nemmeno un omosessuale represso. è solo un po’ sfigato con le donne e se ne preoccupa. sacrosanto. carlo non muore, sono contento. e infatti gli dico tutto qui?

io di te mi fido mi dice carlo. e giù a raccontarmi il perché e il percome di tutto quanto. mica mi dà fastidio, per carità. io lo ascolto. sto zitto, senza fargli fretta. mi imbarazza un po’ questo carlo grande e grosso che mi racconta certe cose. sono contento che carlone si fidi di me. mi viene quasi voglia di raccontargli i miei, di problemi. e alla fine, qualcuno dei miei problemi lo tiro anche fuori, glielo dico che nemmeno a me va tutto bene nella vita. chissà perché, quando la gente si accorge di non essere l’unica ad avere montagne da scalare, le montagne sembrano più basse. vai a capire come mai: mal comune mezzo gaudio, dice la saggezza popolare. anche se la saggezza popolare, devo dire, mi ha un po’ scassato le scatole. carlo si rilassa. anche perché la pasta è finita e a stomaco pieno si ragiona meglio. io gli dico guarda, è inutile crearsi problemi. le cose vanno in un certo modo e per farle andare diversamente non ci si può fare nulla. bisogna adeguarsi e cercare di stare male il meno possibile. parlo bene io. bravissimo, mi dico. uno psicologo nato, mi dico. cavoli quanto sono bravo a risolvere i problemi della gente. che quando ancora non ci stava la mia morosa a salvarmi la vita, avevo il cervello che era una pappetta grigia inutile. poi, dopo che è arrivata la morosa, cieli azzurri da tutte le parti. un dio, da quando è arrivata la morosa a salvarmi la vita. guarda carlo, come dice quel cinese che non mi ricordo più come si chiama, che ho mangiato un bel piattone di pasta e ho bevuto mezza bottiglia di primitivo e comincio a parlare a vanvera, come dice quel saggio cinese, se c’è soluzione perché ti preoccupi? e se non c’è soluzione, perché ti preoccupi? carlo si mette a ridere, perché anche lui si è sbicchierato mezzo primitivo e non capisce più un tubo nemmeno lui. hai ragione  mi dice  hai proprio ragione. bisogna fottersene. bravo dico io fottitene.

finito il vino.

un martini? vai col martini. mi alzo dalla sedia che traballo e apro il frigo e tiro fuori il martini bianco. e l’olivetta? nada olivetta, carlito. e giù a ridere. questo primitivo, devo ricordarmi di berne una bottiglia con la mia morosa, penso. il problema è che la mia morosa l’alcol lo regge benissimo, e per farla sragionare un pochino ce ne vogliono almeno due, di primitivi. mentre io con due primitivi mi ritrovo come minimo abbracciato alla tazza del cesso a tirare su la pasta col sugo siciliano, come minimo. mi sento un po’ scemo a stare qui a parlare con carlo dei segreti delle donne. guarda, basta fare così, basta fare cosà, patapìm e patapàm. col piffero. che parlo così solo per tirarlo su. mica ci credo veramente alle cose che dico. io, delle donne, mai capito una fava. mai. e non ci capisco neanche più niente di quello che sto pensando. che casino. potente, sto vino dice carlo. butta le fiamme. ti aiuto a lavare i piatti. te lo scordi, che laviamo i piatti adesso gli dico minimo, breschi come siamo, ne rompiamo qualcuno. ci penso io domani con calma. metti su un disco, piuttosto. metto cosa? metti quello che ti pare, basta che non sia deprimente. carlo tira fuori una camel dal pacchetto, io arrotolo una sigaretta col tabacco e le cartine. carlo guarda l’orologio. quasi le due. io vado, sennò domani non mi alzo. ce la fai a guidare? sì. sicuro? tranquillo. tranquillo sono tranquillo. solo, se sei ancora troppo alcolizzato, puoi stare qui a dormire, non c’è problema. no, grazie, davvero, torno a casa. sicuro sicuro? sicuro sicuro. buona notte carlo. buona notte. e grazie. lascia stare. vai piano, piuttosto. vado piano. sparisce giù per le scale. chiudo la porta. mamma mia che puzza di fumo. non tira un filo d’aria, anche con tutte le finestre aperte. piatti sporchi, pentola sporca, bicchieri e forchette sporche. via tutto nel lavandino. domani ne riparliamo con calma, dei piatti sporchi. di corsa a dormire, che domani c’è da lavorare. mi butto sul letto. come chiudo gli occhi, mi gira tutta la testa. cosa gaaazzo c’era in quella bottiglia di primitivo? c’era il vino, c’era. buono il primitivo. buona notte.

ah, beh, questa sera non mi frega nessuno, questa volta son stato attento, che son tornato dal lavoro, mamma mia che brutta giornata, son tornato a casa, sono andato subito in cucina, che mi ricordavo di aver lasciato sullo sportello del frigorifero uno di quei foglietti gialli, di quelli che si appiccicano, uno di quei postit, si chiamano così questi foglietti gialli che si possono appiccicare in giro con le cose scritte sopra. che io ero sicuro che sullo sportello del frigorifero c’era un postit appiccicato, sullo sportello, con delle cose scritte sopra, ero sicuro, il problema è che non mi ricordavo bene cosa c’era scritto, su questo postit, allora, niente, sono andato subito in cucina.

solo, c’era una questione di forma da non sottovalutare.

voglio dire, i postit sono dei sistemi avanzati di comunicazione che funzionano in una maniera strana, hanno una loro esigenza deontologia che va rispettata. nel senso che un postit uno lo appiccica nei posti dove sa che prima o poi ci passa davanti casualmente, e mentre passa di lì il suo sguardo viene casualmente attratto dal quadratino giallo. li fanno gialli mica per niente, che uno si gira attorno per casa, o in ufficio o chissà dove, ad un certo punto, mentre va in giro, non può fare a meno di notare che nel panorama che lo circonda c’è qualcosa che non va, c’è qualcosa che stona col panorama, c’è questo cazzo di quadratino giallo che attira lo sguardo, uno si incuriosisce, va lì a vedere, si avvicina, si accorge che su questo quadratino giallo c’è scritto qualcosa. cosa c’è scritto? non lo so, mica ce l’ho messo io, questo postit di cui sto parlando solo per fare un esempio, ce l’ha messo lui. lui chi? ooooh, che due balle, quello lì che si stava facendo un giro per casa sua, o nel suo ufficio o dove gli pareva a lui, ad un certo punto il suo sguardo è stato catturato dal quadratino giallo che stonava col panorama, non mi far ripetere tutto daccapo, per favore, che io stavo dicendo un’altra cosa, non mi far perdere tempo, stavo dicendo che i postit, deontologicamente, uno non può andare lì nel posto dove stanno appiccicati, come dire, col preciso scopo di vedere cosa c’è scritto. eh no. sennò poi il postit ci resta male, cosa ne sai te delle esigenze deontologiche, dei sentimenti dei postit. che ultimamente nel mondo hanno preso piede queste filosofie niùeig, si legge niùeig, si scrive new age, tutto ha un’anima, dicono le filosofie niùeig, e allora l’anima ce l’hanno anche i postit, bisogna rispettarli. allora, col postit, per non offenderlo, bisogna fare così, anche se uno si ricorda dove lo ha appiccicato, ma non si ricorda cosa c’era scritto, fa niente, non può andare lì a vedere come se niente fosse. che il postit bisogna dimenticarsi della sua esistenza e poi ritrovarlo per via della sua colorazione gialla che stona col paesaggio circostante. solo così il postit riesce a realizzare il suo progetto di vita.

allora, ricominciamo.

son tornato a casa dopo il lavoro, sono andato subito in cucina per leggere il postit che avevo precedentemente appiccicato sullo sportello del frigorifero, che ero sicuro di averci scritto delle cose importantissime, degli appuntamenti, degli orari da rispettare, volevo andare a vedere, che non mi ricordavo bene quali erano questi appuntamenti, questi orari importanti, sono andato. solo, dovevo fare attenzione a non ferire i sentimenti del postit, queste filosofie niùeig hanno rovinato il mondo, secondo me, cosa ci vuoi fare, coi sentimenti non si scherza, bisogna starci attenti, ci vuol della pazienza, sono entrato in cucina, facendo bene attenzione a non guardare il frigorifero, che se guardavo subito lì, poi il postit ci rimaneva male che lo guardavo subito, non sapevo cosa fare, sono andato ad aprire la finestra, che mi sembrava che c’era del cattivo odore, chissà da dove veniva, poi sono andato al lavello, ho preso su un bicchiere, aperto il rubinetto dell’acqua fredda, mi son bevuto un bel bicchiere d’acqua fredda, che lo sanno tutti che bere tanta acqua fa bene, me ne son bevuti due, bicchieri d’acqua, tanto per far qualcosa, poi, con una certa disinvoltura, mi son girato a guardare il frigorifero.

niente.

neanche un quadratino giallo ha attirato il mio sguardo, che sullo sportello del frigorifero non c’era appiccicato niente. eh, cazzarola, sarà mica cascato, ho pensato, mi sono avvicinato al frigorifero, mi sono chinato per allacciarmi una scarpa. che non potevo mica chinarmi col preciso intento di mettermi lì a cercare un postit caduto, che poi, poverino, sai come ci rimaneva male, il postit, che già aveva fallito la sua missione spiccicandosi dal frigorifero, se mi chinavo col preciso intento di cercare un postit spiccicato, andava a finire che lo distruggevo psicologicamente. e allora, l’unico modo era di chinarmi facendo finta di allacciarmi una scarpa, che poi avevo i sandali quelli con la chiusura al velcro, tanto, ho pensato, cosa cazzo vuoi che ne sappia un postit della differenza tra le scarpe coi lacci e i sandali col velcro, mi sono chinato, il postit non c’era mica nemmeno per terra.

ma dove sarà finito? mi son tirato su, mi son guardato intorno un po’ meno disinvolto, che ormai mi ero rotto le balle di star lì a pensare alla deontologia, ai sentimenti del mio postit, mi son guardato intorno, mi giro, mi rigiro, ad un certo punto il mio sguado è stato catturato da due quadratini appiccicati sulla cappa aspira fumo sopra i fornelli. due quadratini. uno giallo e, vicino al quadratino giallo, un altro quadratino. rosa.

ebbè, ho pensato, si è trovato la morosa e ha deciso di tentare la fuga d’amore?

sono andato a vedere. sono andato a leggere il postit giallo: dalle ore ventuno alle ore ventidue meditazione preventiva c’era scritto. ecco. poi ho guardato il postit rosa, c’eran scritte delle cose, sopra, scrittura tondeggiante, femminile: la smetti di scrivere cazzate? c’era scritto così, sul postit rosa appiccicato vicino al mio postit giallo. che ci son rimasto anche male. ho guardato l’orologio digitale con tutti i suoi cristalli liquidi appeso al muro, le venti e quarantasette, sono andato di corsa in camera mia, che non c’era tempo da perdere.

ora, questo fatto della meditazione preventiva, della durata di un’ora, da collocarsi tra le ore ventuno e le ore ventidue di ogni sera, non è facile per niente. un po’ perché uno spesso si dimentica, a un bel momento guarda l’orologio, sono le ventidue e quindici, cavoli, mi son dimenticato anche stavolta, gli viene da pensare in quel momento lì che guarda l’orologio, si accorge che ormai è troppo tardi, si è dimenticato di fare la sua oretta quotidiana di meditazione preventiva. per fortuna questo è un problema che riguarda poche persone, questo bisogna dirlo, che la meditazione preventiva è un tipo di attività mentale molto all’avanguardia, non si è ancora diffusa, la praticano in pochi. che a pensarci bene, se non mi sbaglio, le meditazione preventiva è un tipo di attività mentale che non la conosce ancora nessuno, a parte me. per forza, l’ho inventata io, non ho ancora avuto il tempo di fare della propaganda, di diffondere il verbo, come si dice, non ho ancora istruito nessuna schiera di proseliti, la meditazione preventiva non lo sa nessuno che roba è, va da sé che questa difficoltà, questo problema quotidiano di ricordarmi che tra le ore ventuno e le ore ventidue bisogna dedicarsi alla meditazione preventiva, è un problema che ce l’ho solo io. è una bella responsabilità, tra l’altro. che se fai una cosa, non lo so, un corso qualsiasi, di cucina indonesiana, faccio per dire, insieme a dei tuoi amici, la responsabilità in qualche modo te la scarichi. che se sai di essere incline a dimenticarti dell’appuntamento quotidiano con il corso di cucina indonesiana, puoi sempre incaricare un un tuo amico, anche lui frequentante il medesimo corso di cucina indonesiana, di telefonarti per ricordarti che stasera dalle ore ventuno alle ventidue ci sarebbe il corso di cucina indonesiana, cavoli, me n’ero dimenticato, grazie che mi hai chiamato, hai bisogno di un passaggio? effettivamente sì, che ciò la moto dal meccanico a fare il tagliando, eh, allora passo a prenderti, facciamo alle venti e quarantacinque son sotto casa tua, va bene grazie, allora ci vediamo piuttardi, sì sì, ciao. e se invece quella sera ti è capitato un altro impegno impellente, o se proprio ti dimentichi, che nessuno dei tuoi amici ti ha telefonato per ricordarti che stasera dalle ore ventuno alle ore ventidue ci sarebbe il corso di cucina indonesiana, mica posson star sempre lì a pensare a te, i tuoi amici, se proprio succede che al corso non riesci ad andarci, il giorno dopo puoi sempre chiedere a uno dei tuoi amici che frequentano anche loro di riassumerti tutto quel che è successo, copi gli appunti come ai tempi della scuola, in qualche maniera recuperi, insomma. la prossima volta che mi viene un’altra di queste ideone delle meditazioni preventive, giuro che lascio perdere subito e corro a iscrivermi insieme a qualche amico mio a un corso di cucina indonesiana. solo, purtroppo, non ci ho pensato per tempo, ora al corso di cucina indonesiana han chiuso le iscrizioni, mi tocca portare avanti questa faccenda della meditazione preventiva.

che poi dicevo prima della responsabilità, che questa attività mentale della meditazione preventiva la sto portando avanti da solo, che non l’ho ancora diffusa, che non ho ancora le schiere di proseliti. ci devo pensare, a questa cosa. che, faccio per dire, potrei anche mettermi lì di buzzo buono, non lo so, potrei buttare giù un decalogo, le regole, potrei gettare le basi di questa nuova attività mentale, potrei mettermi lì e trovare il modo di diffondere questa mia brillante idea, questa mia brillante intuizione. che oltre che rappresentare un tipo di attività mentale che potrebbe costituire la salvezza di un sacco di persone che secondo me ne avrebbero un gran bisogno, di venire a conoscenza della meditazione preventiva, magari potrebbe diventare anche un sistema per farci anche dei soldi, la mia meditazione preventiva. che la gente queste cose non le sa, non ci fa caso, ma il crollo lento ma costante della cultura occidentale sta generando, negli ultimi anni, tutta una montagna di cazzate anche peggio della mia meditazione preventiva. una montagna di cazzate che ha fruttato agli inventori di ogni singola cazzata un bel po’ di soldi, tra l’altro. che poi, molte di queste immani cazzate non c’è stato nemmeno bisogno di inventarle, è bastato importarle. ce n’è per tutti i gusti, tra corsi di yoga e ristoranti macrobiotici, la cazzata più grande di tutte me l’ha raccontata una che lavora con me, che lei ha speso dei soldi per fare un corso su una roba che si chiama mi pare eniologia, che loro studiano l’eniagramma, che me l’ha spiegata un mare di volte, questa cosa dell’eniagramma, io non ho capito granchè, ho capito benissimo solo che si tratta di una grandissima cazzata, che te, quando hai studiato questo eniagramma, capisci che tutte le persone del mondo, per il loro carattere, sono raggruppabili in nove tipologie, e ognuna di queste nove tipologie ha tre sottogruppi, non so bene come si chiamano questi sottogruppi, e alla fine della fiera, quando te finisci questo corso sull’eniologia, alla fine sai scomporre l’intera umanità in nove categorie e ventisette sottogruppi, e poi capisci anche a quale sottogruppo appartieni tu, è una roba fantastica. è una roba fantastica che ci sia gente che riesca a guadagnarsi da vivere vendendo ad altra gente tutte queste informazioni assolutamente inutili. mentre invece, la meditazione preventiva, secondo me ha una sua utilità, secondo me la meditazione preventiva può anche avere un futuro, può aiutare moltissima gente, bisogna che mi metta qui di buzzo buono, un giorno di questi, a buttar giù qualche idea per diffondere come si deve questa nuova attività mentale della meditazione preventiva, che può essere utile a tantissime persone che ne avrebbero bisogno, che ore sono? che ore si saran fatte? dove sta l’orologio? eccolo lì, le ventidue e trentasette minuti. vaccaboia, ho fatto tardi, è andata anche oggi.

io vorrei anche farla la mia ora quotidiana di meditazione preventiva dalle ore ventuno alle ore ventidue, ultimamente ho cominciato a pensare che forse è la fascia oraria che non va bene, le ore ventuno è un orario un po’ così, è un orario che se faccio tardi al lavoro la sera, poi torno a casa, fumo una sigaretta preparo la cena mangio, poi fumo la sigaretta del dopo cena magari mi verso il bicchierino di sambuca, guardo l’orologio, le ore ventuno son passate già da un bel pezzo. questo fatto dello scrivere, poi, mi porta via un sacco di tempo. che io ho questo problema qui, che mi piace scrivere, ci passo un sacco di tempo, a scrivere, spesso mi tocca scrivere nonostante la forte puzza di piedi che proviene dai miei piedi, dovrei avere l’accortezza di fare la doccia, prima di mettermi a scrivere, non posso mica farla, la doccia, sarebbe bello, che io, una cosa che mi manca, nella vita, è il tempo a disposizione per fare le cose, se mi metto anche a farmi le docce, poi non riesco a fare niente. così, quando la sera mi viene la frenesia dello scrivere, non c’è niente da fare, mi metto a scrivere, magari salto anche la cena, delle volte, per aver più tempo per scrivere, magari mangio dei biscotti mentre scrivo, così, mi dico, risparmio tempo, se comincio a scrivere alle ore diciannove, per le ore ventuno vedrai che la frenesia dello scrivere mi è passata, alle ventuno sono libero di fare la mia ora di meditazione preventiva dalle ore ventuno alle ore ventidue, poi magari scrivo ancora un po’ poi vado a dormire che son stanco. allora faccio così, mi metto a scrivere alle ore diciannove, salto la cena, mangio dei biscotti, scrivo, poi guardo la sveglia vicino al letto, guardo che ore sono, manca un quarto all’una del mattino. porcapupazza.

io, nelle serate che passo a scrivere, dipende, certe volte scrivo dei libri, certe volte scrivo dei racconti, certe volte scrivo delle cose che non lo so se sono dei libri, se sono dei racconti, non importa. racconti, ne ho scritti un sacco, che dire che sono dei racconti magari non è la parola giusta, visto che più che altro si tratta di pagine scritte sul più e sul meno. libri, per ora ne ho scritto uno, saranno centocinquanta pagine, una cosa così. il libro l’ho mandato a un editore di ravenna. mi ha chiamato dopo tre mesi, mi ha detto che il libro è carino, ma che ho una scrittura ancora troppo giovane, che devo maturare. non me lo pubblica, mi sa. ora, questo libro, non so cosa farne, che dovrei decidermi a mandarlo a qualche altro editore. non trovo mai il tempo di stamparlo e metterlo in una busta. ogni tanto partecipo anche a dei concorsi letterari. di solito cerco di partecipare a dei concorsi che, se vinci, ti pubblicano. a me non interessa niente dei premi in denaro. io ho voglia di veder pubblicata la roba che scrivo. fino ad ora ho partecipato a tre concorsi. il primo era qui nella mia città, non ho vinto. mi hanno mandato una lettera che diceva che il mio racconto era bello, bellissimo, ma che non era un racconto, che gli mancava una trama e una risoluzione finale, quindi, niente pubblicazione. io ho pensato: ma vedete di andare a cagare, che se credete di avere l’autorità per decidere cosa è un racconto e cosa non è un racconto, è meglio se smettete di organizzarli, i concorsi letterari. il secondo concorso, ho vinto. un pomeriggio suona il telefono, tiro su, c’è uno che mi dice buongiorno, sono dell’arci di padova, volevo dirle che lei è stato selezionato al nostro concorso. e io ho pensato subito due cose. la prima: cavoli, era ora. la seconda: questo signore mi dà addirittura del lei, mi sa che questi qui dell’arci di padova sono proprio simpatici, proprio delle brave persone. il terzo concorso era organizzato da della gente in puglia, non lo so ancora come è andata, che la giuria farà saper qualcosa a metà febbraio. adesso siamo a fine dicembre, ci vuole della pazienza, arrivare a febbraio.

ora, quel concorso dell’arci di padova, io sono proprio contento che ho vinto. mi hanno mandato anche la liberatoria da firmare per la pubblicazione. firmata e rispedita il giorno dopo che mi è arrivata, la liberatoria, che non volevo farle aspettare queste persone dell’arcipadova, così gentili, che mi vogliono pubblicare. insieme alla liberatoria da rispedire, mi hanno mandato anche una lettera che diceva complimenti di qui e complimenti di là, se le interessa le mandiamo il bando per il prossimo concorso. io, nella busta con la liberatoria firmata, ho mandato anche un altro foglio, scritto di mio pugno, che dicevo: mandatemi il bando, per cortesia, che sono molto interessato.

il bando è arrivato dieci giorni fa. il tema dell’anno scorso era la multiculturalità. io avevo scritto un racconto che parlava di un bambino nero, antonio si chiamava, il bambino nero, adottato da genitori bianchi. gli è piaciuto, alla giuria padovana, mi han pubblicato. bene. cioè, pubblicato ancora non lo so, che dicevano che entro gennaio pubblicavano l’antologia coi racconti vincitori, compreso il mio, e che si facevano sentire per l’editing. qui siamo sempre a fine dicembre, mancano due giorni a natale, non si è ancora fatto vivo nessuno, per l’editing. voglio proprio vedere come fanno poi a fare tutto di corsa e a pubblicarmi entro gennaio. insomma, mi hanno mandato il bando per l’edizione duemilaedue, l’ho letto.

la globalizzazione.

per partecipare a questa nuova edizione del concorso dell’arcipadova, bisogna scrivere un racconto che parla della globalizzazione. eilà, ho pensato quando ho letto il bando, stanno al passo coi tempi, questi padovani. solo, ho pensato anche, io con la globalizzazione ho un brutto rapporto, non lo so se riesco a scrivere un bel racconto sulla globalizzazione.

l’ho mollato lì, il bando del concorso di padova, che volevo pensarci su, volevo ponderare, come si dice. ho ponderato per dieci giorni, poi ieri mattina mi è venuto in mente che se a metà febbraio non vinco quell’altro concorso dei pugliesi, e se non partecipo a questa nuova edizione del concorso indetto dall’arcipadova, qui va a finire che mi perdo una concreta possibilità per la mia pubblicazione numero due, è un bel guaio.

ho deciso di scrivere un racconto che parla della globalizzazione.

solo, c’era un problema da non sottovalutare. nel bando dicevano che il racconto doveva essere lungo al massimo dieci pagine, io ci provavo, mi ero messo lì a scrivere delle cose, sul più e sul meno, della globalizzazione non avevo ancora detto niente, era meglio se mi davo una mossa. altrimenti poi finiva che il mio racconto non gli piaceva, ai padovani, che poi mi dicevano che ero andato fuori tema, come quando facevo i temi di italiano ai tempi del liceo. che erano dei bei tempi, i tempi quelli del liceo, che ancora la parola globalizzazione non la diceva nessuno. al massimo, nella bacheca dell’atrio, spuntava ogni tanto un volantino che diceva: boicotta la nestrè. ecco, secondo me, tutto questo casino globale è iniziato proprio lì, nell’atrio del liceo sarpi, con un volantino che diceva: boicotta la nestrè.

io non lo so. in questi giorni accendo la radio, sento dire la globalizzazione di su e di giù, accendo la televisione, che per fortuna ne guardo sì e no dieci minuti al giorno, di televisione, dicono la globalizzazione a destra e a sinistra. i giornali, non ne parliamo, che il mio mestiere è quello di scriverci, sui giornali.

io, in questa città, ho due amici che gli voglio un mare di bene, che si lamentano che nei miei racconti autobiografici non parlo mai di loro, questa volta mi viene da parlarne, di riccardo e neve, che si sono infilati nel social forum, che sarebbero tutte le associazioni e le cooperative che si sono messe insieme contro la globalizzazione e contro la guerra, anche loro da un po’ di tempo sono tutti presi dalla globalizzazione, dalle riunioni al centro culturale e compagnia bella.

mi viene da dire, si stava meglio sei o sette anni fa al liceo sarpi, quando ancora le cose si chiamavano col loro nome. che secondo me, a chiamare le cose con questi nomi, come dire, altisonanti, questi nomi tipo globalizzazione, uno rischia di perdersi tra tutte quelle elle e tutte quelle zeta, va a finire che perde il contatto con la realtà che lo circonda. quando invece nessuno si riempiva la bocca con queste parole altisonanti, io mi ricordo che arrivava lì uno, mi spiegava con calma che quelli della nestrè vanno in africa e costringono le mamme africane a comprare il latte in polvere della marca nestrè, che però in africa non c’è l’acqua potabile, succedono dei casini in africa per colpa di questi qui della nestrè che è meglio se la nestrè la boicottiamo. io ci pensavo un attimo, poi gli dicevo, al boicottatore, va bene, da domani non compriamo più il cioccolato in polvere di marca nestrè da mettere nel latte la mattina a colazione, compriamo qualcos’altro, che ne so, l’ovosmaltina. stanno distruggendo qualche stato africano, quelli dell’ovosmaltina? gli chiedevo al boicottatore. eh, l’ovosmaltina non saprei, mi rispondeva l’amico boicottatore, non lo so se si può, l’ovosmaltina. ci guardavamo per un po’, poi io me ne andavo. mi toccava bere il latte liscio, la mattina.

poi arrivava un altro, mi diceva guarda che quelli delle scarpe naik fan lavorare i bambini thailandesi. va bene, gli dicevo io, compriamo le abibas. vanno bene le abibas? eh, non lo so se vanno bene.

un casino.

alla fine si veniva a scoprire che il signor mecdonald faceva lavorare i bimbi cinesi per fare i pupazzetti da mettere nell’heppymil dei bambini italiani. fine delle cene economiche da mecdonald al sabato sera. che non si poteva nemmeno andare, per dire, dal concorrente burghy per fargli dispetto, che quelli della mecdonald li avevano fatti sparire tutti, i burghy. che due maroni.

la globalizzazione, fino a sei o sette anni fa, non c’era ancora. tutto quello che c’era, era una deriva di informazioni diffuse coi volantini fotocopiati e appesi nelle bacheche della scuola, oppure un gommone di greenpeace che cercava di abbordare qualche petroliera nei servizi dei telegiornali. e tra noi, nessuno che ci capiva niente.

poi le cose sono cambiate. è arrivato internet. e tutti hanno iniziato a farsi i cazzi di tutti, con rispetto parlando.

con un click, puoi raggiungere qualsiasi angolo del mondo, questo è il futuro della comunicazione, ora nel mondo non ci saranno più segreti, quei bastardi delle multinazionali non potranno più fare i loro porci comodi senza che nessuno se ne accorga, mi dicevano gli amici che avevano il computer in casa e mi facevano vedere come funzionava. bello, dicevo io. tornavo a casa e mi mettevo a leggere un libro. poi chiudevo il libro e pensavo che i computer li costruiscono delle fabbriche che, non ne sono sicuro, ma è facile che qualche componente del computer lo fanno fare ai bambini poveri. pensavo che i programmi dei computer li sforna uno che, se non sbaglio, è uno degli uomini più potenti e ricchi del mondo, che le informazioni di internet girano su dei cavi telefonici che appartengono alle multinazionali delle comunicazioni, che tutti quei cosi di internet, che ti danno lo spazio virtuale su internet, mi pare che li chiamano provaider, sono di proprietà di altre multinazionali ancora più potenti. andiamo proprio bene, ho pensato, vedrai che li facciamo neri, quelli delle multinazionali, con internet.

sarà stato grazie a internet, sarà che le informazioni hanno iniziato a girare, in un attimo è arrivato tutto insieme. sono arrivate la globalizzazione, le associazioni umanitarie, i commerci equi e solidali, le banche etiche e poi i gi otto in giro per il mondo con la gente che manifestava e faceva casino da tutte le parti. che magari sono cose che esistevano anche prima, non lo so. solo, non ne parlava mai nessuno.

io, quello che penso della globalizzazione, è che la globalizzazione è una cosa che c’è solo da noi, in occidente.

per cui, globale una fava.

io questa estate sono andato con la mia moto nei balcani. sono partito lo stesso giorno che a genova iniziava il gi otto, che erano mesi che non si faceva altro che sentir parlare di genova e del gi otto, mi ero veramente stufato. sono partito con la mia morosa e la mia moto, in tre settimane abbiamo fatto un giro che alla fine ci siamo ritrovati in un paesino nel kosovo. si stava bene nel kosovo. voglio dire, è tutto distrutto, ma con la gente di lì si stava proprio bene, che sono tutte delle brave persone, a parlarci. mentre ero lì, chiacchieravo con un ragazzo, si chiamava viser, ad un certo punto gli ho chiesto allora, viser, cosa ne pensi della globalizzazione, del gi otto e tutto il resto? mi ha guardato come per dire ma cosa cazzo stai dicendo? che lì nel kosovo, la globalizzazione non l’hanno mai nemmeno sentita nominare. che lì nel kosovo, mi spiegava viser, hanno degli altri problemi. lì nel kosovo hanno questo problema qui, per esempio, che due popoli sono stati aizzati uno contro l’altro da della gente che da lontano faceva delle politiche estere che servivano solo a far scoppiare delle guerre, per avere il diritto di intervenire per riportare la pace e, già che c’erano, per piazzare delle basi militari da tenere lì, che non si sa mai, un giorno potevano tornare utili per solleticare i piedi, cosa ne so, ai russi o ai cinesi. siamo qui che appena ti giri da una parte, mi diceva viser, vai a sbattere il naso contro la recinzione di qualche base militare del cavolo, siamo rimasti tutti senza uno straccio di lavoro, siamo poverissimi e non sappiamo nemmeno perché abbiamo fatto quattro anni di guerra. altro che globalizzazione.

eh, gli dicevo io, magari col commercio equo e solidale e le banche etiche le cose si aggiustano, lui mi guardava come per dire se non la finisci di dire vaccate ti sparo. che lì nel kosovo girano tutti con la pistola in tasca, c’è poco da scherzare.

la mia amica neve, che sarà contenta, visto che in questo racconto sono già due volte che parlo di lei, da quando si è infilata nel social forum fa anche del volontariato in una bottega del commercio equo e solidale. il commercio equo solidale funziona così, mi ha spiegato neve, che tu vai lì alla bottega, comperi il caffè equo e solidale, oppure il cioccolato equo e solidale, o i cesti di paglia equa e solidale, i soldi che spendi vanno a finire nelle tasche di quelli che hanno fatto il caffè e il cioccolato e i cesti di paglia nei paesi poveri. una percentuale va via per le spese di trasporto, e i volontari che stanno lì alla bottega non prendono una lira. per forza, sono volontari mica per niente. un pomeriggio sono andato a trovare la mia amica neve, mentre faceva la volontaria alla bottega del commercio equo e solidale. sono entrato, sulla porta a vetri c’era un adesivo con scritto una cosa tipo: per un’economia sostenibile.

perché la parola sostenibile è una parola che insieme a globalizzazione, ultimamente, va un sacco di moda. prima si diceva che a natale siamo tutti più buoni, qualche giorno fa sono capitato a una conferenza stampa, c’era uno che diceva che a natale siamo tutti più sostenibili. vai a capire.

mentre ero lì con neve, mi sono seduto vicino alla cassa, a leggere delle riviste sul commercio equo e solidale, guardavo la gente che entrava, che girava tra gli scaffali, sceglieva delle cose, pagava e se ne andava. son stato lì a guardare per un po’, c’era qualcosa che non mi tornava, poi ho capito cos’era. che in queste botteghe del commercio equo e solidale, a parte il caffè e il cioccolato equi e solidali, che sicuramente sono dei prodotti che uno ne fa un certo uso, anche quotidiano, per il resto la bottega equa e solidale è piena di oggetti che magari sono anche belli, però non servono a niente. tipo i pupazzetti, i fischietti di ceramica, i cosi che li appendi sopra la porta e quando apri la porta fanno rumore, i cestini di paglia, incensi e porta incensi, cose così. tutte eque e solidali e sostenibili, per carità, solo che sono degli accessori che uno fa volentieri a meno di riempirsi la casa, secondo me. che se questi qui dei paesi poveri sperano di ricostruirsi un’economia nazionale vendendo gli incensi e i cestini di paglia agli italiani solidali, ho paura che ci metteranno un bel po’, a ricostruirsi. neve mi ha detto guarda che è solo l’inizio, è meglio questo che il niente assoluto, che il commercio equo e solidale è destinato a crescere e prima o poi vedrai che alle multinazionali glielo mettiamo nel didietro.

io ho i miei dubbi. che non lo so se la nestrè si prende paura, se gli fischietti dietro coi fischietti equi e solidali. comunque speriamo.

secondo il mio modesto parere, anziché fare i pupazzetti e i cestini equi e solidali, questi del commercio sostenibile dovrebbero buttarsi su qualcosa di più largo consumo, che ne so, magari delle lavatrici, o dei telefoni cellulari equi e solidali. quelli sì che si vendono bene. io, un’automobile sostenibile la comprerei, credo, altro che i fischietti.

ultimamente poi, nel panorama politico ed economico internazionale, è venuto fuori un altro problema. perché di globalizzazione non si parla solo quando c’è da essere equi e solidali. no. la globalizzazione, la tirano fuori anche quando scoppiano le guerre. che recentemente è successo che per colpa di una politica estera fatta un po’ così, ci sono due aereoplani che si sono schiantati su due grattacieli di newyork, è morta un sacco di gente. gli americani l’han presa male e hanno iniziato a bombardare tutto l’afghanistan, che dicono che sono stati loro a mandare gli aerei.

sono proprio fortunati, questi qui dei social forum: non avevano ancora finito di parlare di genova, gli è arrivato subito un altro argomento per organizzare le marce della pace e le riunioni al circolo culturale.

ora, io mi son fatto le mie idee, su tutta questa storia dei bush e dei laden, della cia e degli scudi spaziali, dei vecchi casini con il blocco socialista e tutto il resto. e secondo me sarebbero anche delle idee interessanti, che ci ho pensato su parecchio prima di farmele venire, queste idee. solo, ho paura che dieci pagine son troppo poche per spiegarle bene. senza dimenticare che sono qui per scrivere un racconto sulla globalizzazione, mica un trattato di critica alla politica internazionale. e poi c’è il rischio che se scrivo le idee che mi sono fatto, e le legge qualcuno che le prende sul serio, va a finire che pensa che sono una cellula di binladen, mi manda a casa i carabinieri. come minimo.

parlare di globalizzazione, di questi tempi, va molto di moda. è un termine che va bene su tutto. sono tutti lì che te la spiegano e te la raccontano, questa globalizzazione, secondo me hanno perso di vista delle cose importanti.

ieri sono stato a vedere una mostra di fotografie sull’africa. che io, oltre che essere giornalista, sono anche fotografo, mi interesso di queste cose, sono andato a vedere questa mostra di fotografie sull’africa. arrivo lì, guardo la prima foto: bambino nero con gli occhioni che guarda nell’obiettivo. bella. guardo la seconda foto: due bambini neri con gli occhioni che guardano nell’obiettivo. eh, bella. guardo la terza foto: gruppo di bambini con gli occhioni. che due balle. tutte così, le foto della mostra, una marea di occhioni che guardano dritti nell’obiettivo. sembra che in africa ci sono solo i bambini, e che non hanno niente di meglio da fare che guardare l’obiettivo del fotografo di turno. poi va a finire che la gente si convince di certi stereotipi, gli si frigge il cervello, pensa che in africa ci vivono solo i bambini. che se tu mandi al tuo cervello sempre gli stessi messaggi stereotipati, prima o poi va a finire che ti si frigge per forza, il cervello. faccio tutto il giro della mostra, trovo una cassetta delle offerte con su scritto in azzurro: uniceff, dai una mano alla solidarietà. capito tutto. che magari certa gente non se n’è mai accorta, magari certa gente non lo sa cosa fanno quelli dell’uniceff, magari gli danno anche dei soldi a quelli dell’uniceff, così poi dopo tornano a casa con la coscienza a posto, che hanno aiutato i bambini africani. certa gente magari non è attenta, non ci ha mai fatto caso, però quelli dell’uniceff sono personaggi che ogni tanto, per raccogliere i fondi, organizzano le iniziative in collaborazione con quelli di mecdonald. così, belli solidali, fanno le raccolte di fondi, cosa ne so, per i bambini africani del togo. gli portano l’acqua potabile, per dire, ai bambini del togo, mentre i bambini cinesi continuano indisturbati ad assemblare i pupazzetti da mettere nell’heppymil dei bambini italiani. che per fortuna, la cina quest’anno non va di moda, foto con i bambini cinesi che guardano nell’obiettivo se ne vedono in giro poche, non gliene frega niente a nessuno dei bambini cinesi.

il prossimo che mi viene a parlare di globalizzazione, gli regalo un biglietto d’aereo per kabul. voglio vedere se ci va, a kabul. anzi, al prossimo che mi viene a dire che dobbiamo essere solidali e sostenibili, altro che kabul, lo mando in birmania a fargli vedere che aria tira da quelle parti, così poi la smette, questo qui, di essere solidale e di rompere i coglioni alla gente. che in birmania, non ne parla mai nessuno della birmania, perché quest’anno nemmeno la birmania va molto di moda, c’è un regime militare che i birmani non hanno nemmeno il tempo di mettersi lì a pensarci, ai pupazzetti e ai cestini solidali. ai birmani, se sgarrano di tanto così, arrivano i militari, li prendono e li torturano in una maniera che i talebani, in confronto, sono degli angioletti.

chi lo sa se alla bottega equa e solidale, dove la mia amica neve fa del volontariato, prima o poi aggiungono uno scaffale. che secondo me, vicino al caffè equo e solidale, tra un po’ di tempo ci saranno anche le latte da due litri di petrolio equo e solidale, confezionate artigianalmente dagli artigiani afgani, così magari cominciamo a fare l’economia sostenibile anche in medio oriente. che poi, pian pianino, vedrai che a queste multinazionali…

ho trovato dietro l’armadio un disco che erano degli anni che non lo vedevo più in giro, non mi ricordavo nemmeno più di averlo, oggi stavo facendo le pulizie, stavo passando l’aspirapolvere, che io nella mia stanza ho la moquette, questo fatto che in italia non esiste una parola italiana per dare un nome ai pavimenti pelosi mi dà molto fastidio, stavo passando l’aspirapolvere, che io nella mia stanza ho il pavimento peloso, ho pensato adesso facciamo le cose per bene, facciamo finta che dobbiamo fare le pulizie di pasqua, arrivare a pasqua mancano dei mesi, fa nente, facciamo finta che è già arrivata la pasqua, non siamo nemmeno a natale, non è nemmeno nato il gesù bambino che già lo facciamo resuscitare, buon per lui, ha fatto alla svelta, facciam finta, ho pensato adesso sposto l’armadio, passo l’aspirapolvere anche lì dietro, che son degli anni che non passo l’aspirapolvere dietro l’armadio, mi son messo a spingere e tirare, era pesantissimo, alla fine l’ho spostato, l’armadio, guardo dietro l’armadio, c’era un calzetto appallottolato ricoperto di polvere. non c’era solo il calzetto, c’era anche un disco, lo tiro su da terra, ma guarda, ho pensato, chissà come ci sei arrivato qua dietro. la custodia del disco tutta impolverata, ho tirato via la polvere dalla custodia, l’ho aperta, tirato fuori il disco, l’ho messo nel lettore dello stereo, pigiato i tastini giusti, mi son seduto sul letto ad ascoltare la musica, che erano anni che non la sentivo, la musica di quel disco, mi ero anche dimenticato di averlo, quel disco lì, un disco dei tre allegri ragazzi morti, si chiama il gruppo pordenonese che ha inciso questo disco un po’ di anni fa, piccolo intervento a vivo, è il titolo che i tre allegri ragazzi morti hanno dato a questa loro fatica discografica, mi sono anche acceso una sigaretta, a un certo punto sento i tre allegri ragazzi morti che cantano cerco le mie radici, cerco le mie narici, nello specchietto retrovisore. mi è scappato da ridere, seduto sul letto con la sigaretta accesa.

ci ho pensato su. ho ponderato. ho riflettuto assai. ho deciso che da solo non ce la faccio, questa cosa della meditazione preventiva dalle ore ventuno alle ore ventidue, è una cosa più grande di me, che se continuo così non va mica bene, sarà passata una settimana dall’ultima volta che son riuscito a mettermi lì a fare la mia meditazione preventiva dalle ore ventuno alle ore ventidue, non va bene per niente, non va. e allora, ci ho pensato su, ho ponderato, ho riflettuto assai, mi son detto adesso la meditazione preventiva dalle ore ventuno alle ore ventidue sta a un bivio, bisogna fare delle scelte, bisogna che mi cerco dei proseliti. ho deciso che devo fare questo passo importante, che devo trovare il modo di diffondere il verbo, come si suol dire, devo trovare della gente che poi ci mettiamo tutti insieme, la sera, dalle ore ventuno alle ore ventidue, facciamo della meditazione preventiva, la facciamo diventare un appuntamento fisso, questa cosa della meditazione preventiva dalle ore ventuno alle ore ventidue, bisogna che questa nuova filosofia di vita esca dal recinto delle mura domestiche della mia stanza, che finchè son qui da solo, col culo che faccio la meditazione preventiva tutte le sere, che mi dimentico sempre, se siamo in tanti è diverso. allora ci ho pensato su, ho ponderato, ho riflettuto assai, ho deciso che adesso guardo sull’agenda con i numeri di telefono delle persone che conosco, da oggi comincio a selezionare gli eletti che dovranno venire a conoscenza del verbo, come si suol dire, li prendo uno a uno, gli eletti, gli spiego come funziona la meditazione preventiva dalle ore ventuno alle ore ventidue, vedrai che in poco tempo mi faccio un mare di proseliti, facciamo decollare questa nuova filosofia di vita. ho preso l’agenda coi numeri di telefono delle persone che conosco. solo, c’era un problema, selezionarli, gli eletti. da chi cominciamo, ho pensato lì per lì, là per là, trallallero trallallà, questa cosa mi fa pensare a quella barzelletta dei due pugili sul ring, uno va al tappeto, l’altro si china gli chiede: tiritiri? e l’altro, al tappeto, che gli dice: trallallero. va beh, lasciamo perdere le barzellette, che non le ho mai sapute raccontare come si deve, che il dono della scrittura forse, quello ce l’ho, il dono della barzelletta, son sicuro, non ce l’ho mai avuto, ora c’è questo problema del selezionare gli eletti. da chi cominciamo? uno a caso? chiudiamo gli occhi? apriamo una pagina a caso e puntiamo il dito? facciamo così? mi sembra un’ottima idea, facciamo così, apriamo una pagina a caso e puntiamo il dito. adesso chiudo gli occhi, apro una pagina a caso, punto il dito. ora devo aprire gli occhi per vedere su chi ho puntato il dito, apro gli occhi, elisa. eh, poteva andare peggio. adesso la chiamo, vedo di farmi invitare a cena a casa sua, le diffondo il verbo e il gioco è fatto.

arrivo con la solita bottiglia di primitivo, che ne ho sempre una di scorta, a casa, di bottiglia di primitivo. elisa abita appena fuori città. per arrivarci mi son fatto prestare la vespa del mio coinquilino di belluno, che la mia moto è ancora dal meccanico, non potevo mica arrivare fin lì a piedi, ho dovuto fare il matto tra le auto incolonnate, perché alle otto di sera, su quella strada che bisogna fare per andare a casa di elisa, c’è sempre un traffico pazzesco. parcheggio, citofono. il cancello si apre automaticamente.

salgo. la porta è aperta.

entro in casa sua, che poi è casa di sua mamma che è andata via per il fine settimana col suo nuovo moroso, lei sta girando il sugo nella padella. mi avvicino. tiene la fiamma del fornello troppo alta, il sugo bolle e schizza da tutte le parti. abbasso la fiamma, lei si gira appena per darmi un bacio sulla guancia. si è fatta i capelli rasta. non sta neanche male. dove sta il cavatappi? apro il vino, così ha il tempo di respirare una mezz’oretta. due tuoni tremendi e fuori dal balcone della cucina comincia a piovere. mi chiudi le imposte, per favore? faccio il giro di tutta la casa a chiudere tutti gli scuri che trovo. una casa che non finisce più: due piani, un sacco di stanze. torno in cucina, elisa sta scolando la pasta. la aiuto a versare il sugo, siamo seduti davanti ai maccheroni fumanti. buono questo sugo che hai fatto. è il sugo alla palermitana, dice. e cosa ci hai messo dentro? pomodoro, olive e capperi. e un po’ di basilico.

figuriamoci.

ma pensa. proprio come i sughi siciliani pronti della knorr e della starr. questo non è mica un sugo pronto, l’ho fatto io. lo so, lo so. solo che ho avuto recentemente una discussione con questi qui della knorr e della starr su dei sughi pronti alla siciliana pomodoro olive e capperi che c’è mancato poco che si venisse alle mani. ma dài? eh già. ma dimmi, piuttosto, come l’hai imparata la ricetta di questo sugo palermitano? non so, mi pare che l’ha fatto mia mamma una volta, ho provato a rifarlo uguale. ma non mi dire, e di dov’è tua mamma? como.

capito tutto.

tutto cosa?

niente. buono questo sugo, comunque.

certe volte sei strano, sai?

finisce la pasta. riempio ancora i due bicchieri, finisce la bottiglia. tiro fuori le cartine e il pacchetto del tabacco dalla tasca della camicia. mi arrotolo una sigaretta. elisa mi guarda.

ne fai una anche a me?

un posacenere pieno di sigarette fumate ed è passata l’una del mattino, si è fatto tardi. si è fatto tardi, dico.

resta ancora un po’. non mi piace stare a casa da sola.

mi guarda di sbieco. con quegli occhi che hanno ogni tanto le donne quando secondo me hanno voglia di fare zigo zago. fare zigo zago con elisa, tra l’altro, non mi dispiacerebbe mica, proprio no. è meglio che vado via. prendo le mie cose. ti aiuto a mettere in ordine?

ho già messo tutto in lavastoviglie.

allora buona notte.

buona notte.

io non lo so proprio com’è questo fatto che quando non ho la morosa, non c’è verso di trovarne una che abbia voglia di venire a letto con me, anche per una sera sola. e quando invece ho la morosa, pieno di ragazze che hanno voglia. deve essere per quella cosa dell’alone. una volta, saranno sette o otto anni fa, la mia amica marisa mi aveva spiegato che quando uno è triste perché non ha la morosa, allora gli viene attorno un alone grigio di tristezza che le ragazze che lo vedono, l’alone, scappano via. quando invece uno sta bene perché è felice e innamorato, allora gli viene attorno un alone tutto rosa che le ragazze che lo vedono, l’alone rosa, gli viene subito una gran voglia di fare l’amore. io allora le avevo chiesto come facevo a trovarmi una morosa, visto che in quel periodo la morosa non ce l’avevo e, di sicuro, avevo attorno l’alone grigio. lei mi aveva risposto che dovevo aspettare, che prima o poi ne arrivava una che vedeva oltre agli aloni, che succede sempre di trovare una che ci vede bene e capisce cosa c’è dietro l’alone. ora che ho la morosa, invece, ho quell’altro problema, che ci sono le ragazze che vorrebbero farmi l’amore perché gli piace il mio alone rosa. solo che marisa è a firenze, non so come fare. sto per accendere la vespa del mio coinquilino di belluno sotto casa di elisa, ha smesso di piovere e c’è la nebbiolina dell’acqua che evapora intorno ai lampioni, ho già messo il casco. me lo sfilo e prendo il cellulare dalla tasca, guardo l’ora, l’una e ventisette. tanto quella lì non dorme mai. proviamo. rubrica. marisa. due squilli.

ciao!

ciao. sei sveglia?

sì. sono qui che studio per un esame.

allora senti, ti devo fare una domanda.

dimmi.

tu te la ricordi quella questione dell’alone che hai quando non hai la morosa e quello che hai quando hai la morosa?

spiegami meglio, per favore.

quello che se sei triste non ti caga nessuno, se sei innamorato ti corrono dietro tutte quante.

ci sono. me lo ricordo.

ecco, benissimo. tu mi avevi spiegato come bisogna fare quando si ha addosso l’alone grigio.

bisogna aspettare.

brava. giusto. ora, quello grigio lasciamolo un attimo da parte, che non ci interessa. tu ora mi devi dire cosa succede quando uno ha addosso l’alone quell’altro, quello rosa che quando ce l’hai piaci a tutti. io qui ho questo problema, che da quando sto con la mia nuova morosa e sono felice, ogni tanto mi capita che ci sono alcune mie amiche, anche abbastanza carine, che avrebbero voglia di fare certe cose con me. secondo te cosa devo fare?

tieni duro e non cedere alle tentazioni.

tutto qui?

tutto qui.

grazie mari. buona notte.

buona notte.

accendo la vespa del mio coinquilino di belluno, faccio scaldare un po’ il motore sotto i lampioni. cazzo. lo sapevo, mi son dimenticato. la meditazione preventiva dalle ore ventuno alle ore ventidue, non le ho detto niente, a elisa, dovevo diffonderle il verbo, era la mia prima proselita, vaccaboia, tra una cosa e l’altra mi son proprio dimenticato, altro che aloni grigi e aloni rosa. mi tocca tornare a casa a mani vuote, con le pive nel sacco, come si suol dire, mi tocca tornare a casa a cercar sul dizionario cosa sono le pive, che non lo so mica cosa sono, io, le pive. sarà mica un modo per dire le olive? fa rima, chi lo sa, corro a casa a vedere cosa sono, le pive.

ci si affeziona a tutto, è una cosa pazzesca, me ne sono accorto questa mattina, che non ho potuto fare a meno di farci caso. che la mattina io non ce la faccio a svegliarmi coi trilli delle sveglie, mi mettono di cattivo umore, preferisco svegliarmi con la radiosveglia. allora, c’è un problema, che nella mia stanza, non si capisce come mai, ci sono delle frequenze strane, magari è colpa dei muri molto spessi, che casa mia è molto vecchia, io, la mia radio preferita è una radio indipendente antagonista, sul sintonizzatore radio del mio impianto stereo nella mia stanza questa piccola emittente radio indipendente antagonista si sente benissimo, sulla radiosveglia che tengo vicino al letto, l’emittente radio indipendente antagonista non c’è verso di sintonizzarsi neanche a crepare, non capisco come mai. e allora, la radiosveglia mi tocca sintonizzarla su delle altre emittenti, gira e rigira, le radio private commerciali ho imparato a evitarle come la peste, che altrimenti mi tocca svegliarmi la mattina, mi tocca farmi svegliare dai messaggi pubblicitari. che a sintonizzarsi sulle radio private commerciali, sicuro al cento per cento che quando scocca l’ora della radiosveglia, alla radio privata commerciale stanno trasmettendo i messaggi pubblicitari, farmi svegliare dai messaggi pubblicitari è peggio che farmi svegliare dal trillo delle sveglie normali, l’esperienza mi ha insegnato che, tra i vari mali, è meglio il minore, la mia radiosveglia vicino al letto, ormai son diversi mesi che la tengo sintonizzata sulla emittente radiofonica di stato. che l’emittente radiofonica di stato avrebbe tre canali, uno due e tre, loro sono originali, quelli dell’emittente radiofonica di stato, avevano a disposizione tre canali, li hanno chiamati uno due e tre. avevano a disposizione anche tre emittenti televisive, pensa te, le hanno chiamate uno due e tre, lasciamo perdere la televisione che adesso non c’entra niente, c’è un altro problema, che a casa mia ci sono delle frequenze strane, magari è colpa dei muri molto spessi, dei tre canali dell’emittente radiofonica nazionale, nella mia radiosveglia, c’è verso di sintonizzarsi solo sul secondo. che l’emittente radiofonica nazionale ha meno messaggi pubblicitari delle radio commerciali private, riesco a non farmi svegliare dai messaggi pubblicitari, è già un bel risultato. solo, c’è un altro problema, che sul secondo canale dell’emittente radiofonica di stato, la mattina, all’ora in cui mi sveglio io solitamente, c’è un programma molto stupido che lo fanno due persone molto stupide, ci sarebbe da pensarci su, ci sarebbe da discutere, su come sia possibile che sulle frequenze del secondo canale dell’emittente radiofonica di stato ci siano due persone stupide che fanno un programma stupido che dura la bellezza di mezz’ora. solo, c’è un altro problema ancora, io, quel programma stupido radiofonico di mezz’ora che fan tutte le mattine quando mi sveglio sulle frequenze del secondo canale dell’emittente radiofonica di stato, a forza di sentirlo tutte le mattine, io mi ci sono affezionato. tutte le mattine, quel programma lì, io me lo ascolto tutto dall’inizio alla fine, per mezz’ora, poi, appena mandano la sigla di chiusura del programma, io mi alzo dal letto, scendo le scale e vado in bagno.

uno magari potrebbe anche pensare che riuscire a pisciarsi sulla punta della cravatta sia una cosa praticamente impossibile. poi, un bel giorno, scopre che invece non ci vuole niente.

ieri sera ero lì tranquillo che mi ero messo a concentrarmi per fare la meditazione preventiva dalle ore ventuno alle ore ventidue, ero lì che mi concentravo, io ho questo problema qui, che faccio fatica. che quando mi concentro, io, anziché concentrarmi, ci son delle volte che nella mia mente si presenta un pensiero, io invece la mia mente dovrei sgomberarla, come si dice, invece mi si presenta un pensiero, anche qualsiasi, se non ci sto attento, va a finire che il pensiero si trasforma in un ragionamento, c’è il rischio che a ragionare attorno a questo ragionamento, finisce che magari perdo del tempo prezioso, mi dimentico di fare le altre cose, sto dietro al pensiero e al ragionamento, il ragionamento di ieri sera, per dire, sarebbe nato dal pensiero che secondo me, io, ultimamente, io comincio ad avere una certa età. da questo pensiero qui, un pensiero che ultimamente si presenta nella mia testa con una certa frequenza, che io comincio ad avere una certa età, da questo pensiero mi è nato il ragionamento seguente. che io ho iniziato a farci caso, a rendermi conto, che comincio ad avere una certa, età osservando due cose: il numero di amici che convolano a nozze e il numero di genitori dei miei amici che muoiono. entrambi in netto aumento. finchè ero più giovane, erano in pochi i genitori che a un bel momento morivano. ed erano ancora meno gli amici intimi che decidevano di convolare a nozze. ora, invece, mi sono accorto che gli appuntamenti in chiesa si sono fatti decisamente più frequenti. questa cosa mi ha fatto pensare che devo per forza aver raggiunto una certa età. questa estate, tanto per fare un esempio, mi son capitati due matrimoni. amici di vecchia data, come si suol dire, mi è toccato andarci, ai matrimoni.che poi io sono andato, loro erano lì all’altare vestiti coi vestiti tipici del matrimonio, si sono scambiati gli anelli, si sono giurati eterna fedeltà, e poi i grandi pranzi e le grandi cene e tutti giù a gridare viva gli sposi e bacio bacio bacio. io poi ai miei amici, i protagonisti di questi due matrimoni estivi, non ho saputo resistere, gli ho hiesto come mai, visto che sapevo benissimo che erano atei come le pigne, come mai avevano deciso di fare tutto il matrimonio ufficiale in chiesa anziché decidere per una sana convivenza nel peccato, o per il matrimonio civile al comune. loro mi hanno fatto notare che coi genitori che ci sono in giro di questi tempi, se decidi di andare a convivere nel peccato senza matrimonio, o solo con la cerimonia in comune, finisce che ti diseredano, mentre se fai le cose come l’antica tradizione richiede, minimo minimo i genitori ti comprano casa arredamento completo e luna di miele alle maurizius. che io non so nemmeno dove stanno, le maurizius, però convengo che che una casa pagata e arredata è meglio che la clandestinità affittuaria osteggiata dai parenti tutti. questa cosa mi ha fatto pensare che prima o poi mi sposo in chiesa pure io e per qualche mese campo di rendita coi regali di nozze, che se per caso va a finire che mi sposo con la mia morosa attuale, che lei è pugliese, in puglia si usa che ci si sposa nel paese della sposa e che gli invitati regalano soldi, mica come qui nel nord, che ti regalano diciotto tostapane e quarantatrè vassoi d’argento. tutti uguali, i quarantatrè vassoi d’argento, oltretutto. poi, ieri, si è verificato un fatto che ha stimolato questi miei pensieri che provocano poi dei ragionamenti, ero a casa che mangiavo un panino molto rapido durante la pausa pranzo, era un panino col salame, squilla il cellulare. rispondo, era il mio compagno di classe del liceo buzz, che sarebbe buzzelli ma noi lo si è sempre chiamato buzz, che mi ha detto che due giorni fa è morta la mamma di cesarino e che alle due e mezzo c’era il funerale. cesarino, poi, è una storia lunga. comunque è un vecchio amico che non lo vedevo da almeno sei mesi e che ci frequentavamo molto quando ero agli ultimi due anni di liceo, poi ci siamo frequentati molto meno perché quando sono andato a vivere a bologna per degli anni, con molta gente di bergamo ho perso un po’ i contatti. peccato, che gli volevo bene parecchio a cesarino. ho chiamato al lavoro per dire che causa funerale facevo un po’ tardi, mi sono fatto una doccia e ho messo il completo grigio scuro frescolana delle grandi occasioni. cravatta grigia per i matrimoni degli amici, cravatta nera per i funerali dei genitori degli amici. oggi toccava alla cravatta nera. alla chiesa sono arrivato dieci minuti in anticipo, non c’era ancora nessuno che conoscevo, mi sono fumato una sigaretta. aspetto un po’, poi arriva buzz con uno che non conosco. pensavo di vedere altra gente del vecchio giro, di quelli che ci frequentavamo con cesarino, dopo un po’ è arrivato solo michele, del vecchio giro. facce tristi. arriva cesarino, a piedi, con sua sorella. dopo un attimo arriva anche il furgone con la bara. facce tristissime. sono andato a salutare cesarino, piangeva e si soffiava il naso, ma mi sono accorto che era un po’ stupito di vedermi lì. mi ha stretto la mano, mi ha abbracciato un attimo e mi ha detto grazie. io, poi, ai funerali non so mai come cavolo comportarmi. che mai nella vita mi verrà in mente di dirgli, a uno che gli è appena morta la mamma, condoglianze. che condoglianze è una parola orribile, non vuol dire niente, spero di non dover mai arrivare ad essere talmente vecchio e decerebrato da dire ad un mio amico, che gli è appena morta la mamma, condoglianze. se mi muore la mia, di mamma, il primo che viene a dirmi condoglianze lo prendo a ginocchiate nei denti. però non so mai cosa dire, in quel momento che vado a salutare uno che sta piangendo davanti alla chiesa mentre scaricano da un furgone una bara con dentro la sua mamma che è morta da poco. che anche a dirgli mi dispiace, mi sembra di essere una persona di merda. che quando poi il funerale finisce, già lo so che tempo mezz’ora ho già altre diecimila cose per la testa, alla mamma morta da poco del mio amico è facile che non ci penso già neanche più. se mi muore la mia, di mamma, e viene lì uno a dirmi che gli dispiace e che lo so benissimo che lui tra mezz’ora sta già parlando al telefono col commercialista, gli spezzo le gambe, come minimo. ai funerali, mi verrebbe spontaneo di fare ai miei amici che piangono solo dei sorrisi, senza dire nulla, senza nemmeno andare ad abbracciarli. che secondo me, uno che gli è morta da poco la mamma, secondo me non è nello stato d’animo di mettersi lì a curare rapporti sociali con delle persone, che magari gli stanno anche sui maroni, per dire, che vanno lì ad abbracciarlo e lui deve dire grazie a tutti. a me verrebbe spontaneo di stare un po’ in disparte, di aspettare che il mio amico si accorga che ci sono anche io e, quando mi vede un po’ in disparte, alzare le sopracciglia  fargli un sorriso. uno di quei sorrisi un po’ a metà, che vogliono dire una cosa tipo sono qui, capisco che stai male e che è un momento di merda, se hai bisogno di me io ci sono. però chissà mai come possono essere interpretati i miei sorrisi un po’ a metà in disparte con le sopracciglia alzate. magari poi fraintende, il mio amico, quando poi torna a casa, pensa guarda te che stronzo quello lì che non è venuto nemmeno a stringermi la mano, e sorrideva anche, quel deficiente. e allora, ai funerali va sempre a finire che mi adeguo all’uso comune e nel più completo imbarazzo aspetto il mio turno e poi stringo la mano a cesarino e lui mi dice grazie e io rispondo di nulla e lo abbraccio un attimo. è già il secondo amico con genitore morto dall’inizio dell’anno. due matrimoni e due funerali. c’è da aver paura. io e i miei amici cominciamo tutti ad avere, come si suol dire, una certa età. chissà a chi tocca la prossima volta. i miei stanno benone. e per ora non credo di essere ancora nelle condizioni di sposarmi, che non mi sento pronto alla vita coniugale. per cui ho poche probabilità di essere io il prossimo, anche se, coi tempi che corrono, non si sa mai. poi sono stato in piedi tutta la cerimonia in chiesa, che noi amici dei figli delle mamme e papà morti abbiamo questa caratteristica, che ci mettiamo sempre in fondo alla chiesa, che di solito i banchi sono pieni di signore ingioiellate e di signori anche un po’ anziani. mentre noi che siamo giovani, anche se ormai cominciamo ad avere una certa età, stiamo in fondo, mentre il nostro amico che piange e tira su col naso perché sta malissimo deve stare al primo banco insieme ai parenti stretti. noi amici del nostro amico, in generale, si sta in fondo anche perché siamo nella grande maggioranza abbastanza non credenti, e anche quelli che credono, tra gli amici che ho io, sono abbastanza anticlericali e i riti della chiesa gli stanno un po’ antipatici. non tutti, per carità, ma buona parte. e allora, dicevo, noialtri si sta in fondo soprattutto per il motivo che se stiamo in piedi tutto il tempo, non siamo costretti ad alzarci e sederci e inginocchiarci a comando e se non ci facciamo il segno della croce e non cantiamo e non diciamo le preghiere non se ne accorge nessuno. e allora poi questa sera ero lì che ragionavo attorno a questo ragionamento, sul fatto che ormai ho raggiunto una certa età, che anziché ragionare attorno a questo ragionamento anche un po’ lezioso, anche un po’ inutile, se vogliamo, anziché stargli dietro invece avrei dovuto concentrarmi, prepararmi alla mia consueta oretta di meditazione preventiva dalle ore ventuno alle ore ventidue, non mi son mica accorto che era passato un sacco di tempo, tutto sottratto alla mia oretta di meditazone preventiva, dalle ore ventuno alle ore ventidue.

in certi casi, per mettersi apposto con la coscienza, secondo me ci vorrebbe un interrogatorio, di quelli che si vedono nei film americani, con il sospettato seduto su una seggiola in una stanzetta del comando di polizia, coi poliziotti fuori dalla stanza che osservano la scena attraverso il finto specchio e dentro la stanzetta, insieme al sospettato, il poliziotto quello che fa la parte del poliziotto cattivo, che deve convincere il sospettato a dire la verità, altrimenti sono guai, e il poliziotto che fa la parte del cattivo, che fa le domande al sospettato, a un certo punto gli chiede, al sospettato, dove stavi ieri sera tra le ore ventuno e le ore ventidue? che il sospettato vorrebbe anche poterglielo dire, al poliziotto che lo interroga e che fa la parte del cattivo, vorrebbe dirglielo che ieri sera tra le ore ventuno e le ore ventidue lui, il sospettato, era a casa sua buono buonino ritirato nelle sue stanze a fare della meditazione preventiva, nelle sue stanze è un modo di dire, magari di stanze ne ha una sola, il sospettato, a casa sua, che magari vive in un monolocale, o in una casetta inseme a un coinquilino che viene da belluno e non capisce una mazza, il coinquilino bellunese, come dicono  bergamo, cosa ne vuoi sapere, lui vorrebbe anche poterglielo dire, al poliziotto, invece niente. non può. perché lui, il sospettato, ieri sera, tra le ore ventuno e le ore ventidue, non era a casa sua a fare della meditazione preventiva. che poi, a dirgli così, al poliziotto, dirgli che era a casa a far della meditazione preventiva, chissà come ci restava male il poliziotto che fa la parte del cattivo, che non sa nemmeno che roba è, la meditazione preventiva, ci restava anche male, secondo me, il poliziotto, invece no. perché il sospettato ieri sera tra le ore ventuno e le ore ventidue non era a casa sua ritirato nelle sue stanze a far della meditazione preventiva. e dove stava? stava ancora al lavoro. e fino a che ora ci è rimasto ieri sera al lavoro, il sospettato? fino alle tre del mattino.  e invece, niente, voglio dire, niente interrogatorio, nessuna stanzetta al comando di polizia coi vetri finti, nessun poliziotto a far la parte del cattivo e a fare le domande al sospettato, nessun sospettato. sarei poi io, il sospettato che anziché stare a casa a fare la meditazione preventiva dalle ore ventuno alle ore ventidue è rimasto chiuso in studio a lavorare fino alle tre del mattino tutto da solo, nemmeno un testimone. beh, va bene, ma sospettato poi di che cosa? di niente, era per fare l’esempio. che se sei sospettato e ti fanno l’interrogatorio, almeno le cose che hai fatto, le puoi raccontare a qualcuno, glielo puoi dire, a una persona, che sei stato su a lavorare fino alle tre del mattino, invece, io, niente sospetti, niente interrogatorio, non saprei a chi andarlo a raccontare che ieri sera son stato su a lavorare fino alle tre del mattino, che a raccontarla in giro, una cosa così, la gente può pensare solo due cose. uno, che questo qui, sarei poi io, questo qui, va in giro a raccontare questa cosa che è stato su fino alle tre a lavorare per farsi compatire, poveretto. due, questo qui è stato su a lavorare fino alle tre del mattino, secondo me è scemo. io, nella mia vita, ci sono un paio di cose che mi fanno girare i maroni. uno, che la gente provi compassione per me. due, che la gente pensi che io sia scemo. toh, due congiuntivi uno dietro l’altro, guarda come ci stanno bene. intanto, anche ieri sera, nada meditazione preventiva dalle ore ventuno alle ore ventidue.

poi, magari, diamo un’altra opportunità a questa voce fuori campo, che arriva a far le domande, mi dà degli spunti per scrivere, mi dà anche delle buone occasioni per fare uso dei congiuntivi, facciamole fare un’altra domanda a questa voce fuori campo, pocanzi attribuita ad un improbabile poliziotto interrogatore, che mi sembra che a questa voce fuori campo le è venuta voglia di farmi un’altra domanda, che me ne sono accorto che ce l’ha lì sulla punta della lingua, questa domanda, poi basta, che non mi piace fare uso di questi espedienti letterari, delle voci fuori campo, le faccio fare l’ultima domanda, poi basta. senti, tu, che ti lamenti che ieri sera hai tirato le tre del mattino per star lì a lavorare. io non mi son mica lamentato. va bene, non ti lamentavi, solo, hai tirato fuori questa faccenda che ieri sera sei stato su a lavorare fino a tardi, fino alle tre del mattino, addirittura. sì, e allora? eh, niente, e allora me lo dici che  lavoro stavi facendo?

non te lo dico.

e va bene. ma almeno mi spieghi bene perché hai tirato fuori tutta quella tiritera dei poliziotti, dei sospettati, degli interrogatori, che non ciò capito niente?

oooh, ti avevo detto che quella di prima era l’ultima domanda concessa alla voce fuori campo, ora levati dalle palle.

uh.

io durante il giorno faccio molte cose. alcune di queste cose che faccio, mi pagano per farle. io, per dire, sto tutto il pomeriggio sdraiato sul letto a leggere. sono due settimane che passo i pomeriggi sdraiato a leggere. perché è successo che una libreria del centro ha fatto per due settimane il trentapercento di sconto su tutti i libri. e io ogni volta che ci passavo davanti entravo e poi uscivo con tre o quattro libri nuovi da leggere, per due settimane, in tutto ho comprato ventiquattro libri, ne ho già letti sei. per cui me ne rimangono altri diciotto. per altre quattro settimane almeno sono apposto. per fortuna la libreria adesso ha chiuso per ferie, altrimenti andava a finire che, con la scusa dello sconto, spendevo tutti i soldi che mi sono rimasti. il pomeriggio lo passo a leggere. e per questo tipo di attività, devo dire, non percepisco nessun contributo economico, tranne quando leggo dei libri che poi devo scriverci una recensione, allora, in quel caso, poi mi danno dei soldi in virtù del fatto che ho scritto la recensione di un libro che ho letto durante un pomeriggio. le mattine invece lavoro per il giornale. da sei mesi collaboro con un quotidiano nazionale. io però scrivo sulle pagine locali della redazione locale. ogni tanto, le persone con cui parlo, quando dico che lavoro per un giornale, mi dicono bello! come hai fatto a farti prendere?

sono raccomandato, rispondo io.

ah, sì?

sì.

io lo dico, che sono raccomandato, perché non ho niente di cui vergognarmi. lo sanno tutti che nel mondo della carta stampata, senza uno straccio di raccomandazione, non ci si entra neanche a piangere. io la raccomandazione ce l’avevo, sono entrato. che se avevo un amico o un parente che mi trovava un lavoro più bello, io adesso facevo un lavoro più bello. e pagato meglio, soprattutto. a fare i collaboratori per le pagine locali di un giornale si guadagna pochissimo, otto euri e mezzo al pezzo, lordi, che poi bisogna togliere il ventipercento di ritenuta d’acconto. una miseria. che quando va bene mi fanno scrivere tre pezzi al giorno, quando va male un pezzo solo, non mi vergogno per niente di essere raccomandato per un lavoro da sei euri e mezzo al giorno. però mica mi lamento. è un lavoro bellissimo. mi sveglio la mattina alle otto, sto a letto fino alle otto e mezzo ad ascoltare il programma stupido sul secondo canale della emittente radiofonica di stato, poi mi alzo con calma, faccio colazione e alle nove chiamo la redazione. ciao sono io. tutto bene? tutto bene. hai qualcosa per me? sì, devi andare alle undici alla conferenza stampa così e cosà. trentacinque righe. bene, te le mando dopo pranzo. metto giù il telefono e ho ancora trequarti d’ora per farmi i fatti miei. poi mi vesto prendo la moto vado alla conferenza stampa. ormai alle conferenze stampa mi conoscono quasi tutti, che alla fine giro sempre per gli stessi uffici e associazioni e compagnia bella. mi trattano come un re. che quando scrivi su un giornale, quelli di cui devi scrivere ti trattano coi guanti di velluto perché sperano che poi tu scrivi cose belle di loro. ipocriti leccaculo. io mi faccio trattare bene. mi faccio offrire i caffè e gli aperitivi. poi scrivo quello che mi pare. che mi pagan troppo poco per farmi scrivere quello che vogliono loro. il mio è un giornale abbastanza di destra con un editore dichiaratamente di destra. io invece, per ora, non sono di destra. quando mi pagheranno migliaia di euri al mese per scrivere, magari potrò considerare l’idea di scrivere cose di destra, ma per ora che mi pagano una miseria, non se ne parla proprio. scrivo quello che mi pare. se proprio esagero, magari mi chiedono di cambiare certe cose, o al massimo non mi pubblicano proprio. di solito, se mi va di cambiare le cose che ho scritto, le cambio, se non mi va, gli dico, al mio capo, cambiatele tu le cose che non ti piacciono, però poi non mettere la mia firma. mettilo in pagina senza firma. tanto poi mi pagano lo stesso, anche senza firma. se proprio non lo pubblicano, il pezzo, allora non mi pagano. sei euri e mezzo in meno, penso, chissenefrega. comunque in sei mesi non è successo quasi mai. perché anche il capo della redazione locale dove lavoro io, quelli di destra non gli stanno tanto simpatici. anche se lui ha uno stipendio come si deve, quindi un pochino deve farseli stare simpatici lo stesso. ma fino ad un certo punto. comunque questi sono problemi suoi. da quando il mio capo ha capito come ragiono, evita di mandarmi alle conferenze stampa dove c’è il caso che mi venga voglia di arrabbiarmi con certa gente. insomma, tutto tranquillo. la mattina sto in giro per il giornale. poi torno a casa, mangio un piatto di pasta, scrivo le mie trenta righe al computer, mi connetto a internet e le mando in redazione. per le due e mezzo del pomeriggio ho finito e posso mettermi a leggere i miei libri nuovi. che io son fatto così, magari non leggo niente per due mesi di fila, poi mi capita tra le mani un libro che mi piace, mi torna la passione per la lettura, comincio a leggere libri uno dietro l’altro. per leggere un libro di centocinquanta pagine ci metto dalle due ore ai due giorni. poi ne comincio uno nuovo. così, uno dietro l’altro. poi basta e per un mese non leggo più niente. i pomeriggi, però, non li passo solo a leggere. perché io, la mia vocazione, il mio lavoro quello che sarebbe il mio lavoro vero, io sono un fotografo. ecco, io a dire la verità, al giornale dove lavoro, quando sono andato a fare il colloquio, mi ero proposto come fotografo. poi però il fotografo c’era già. il capo della redazione mi ha detto il fotografo ce l’abbiamo, però ho bisogno di gente che scrive. tu sai scrivere?

scrivere scrivo, cavoli se scrivo, ho fatto cinque anni di liceo classico mica per niente, ho scritto pure un libro, figuriamoci, certo che scrivo, solo, non chiedermi di scrivere di calcio. va bene, niente calcio. facciamo così, tra mezz’ora c’è questa conferenza dell’uniceff. ci puoi andare? vado. bene. vai e poi scrivimi venticinque righe, proviamo. eh, proviamo.

poi sono andato alla conferenza, la conferenza serviva per informare gli organi di stampa che l’uniceff organizzava una partita di calcio di beneficienza tra la nazionale artisti tivù e non so quali funzionari comunali delle comunità montane di non so che cosa. cominciamo bene, ho pensato. comunque da quella volta lì di calcio non me ne è capitato più. per fortuna, che se c’è una cosa che proprio mi disgusta è il calcio. insomma, io prima di essere giornalista, sarei un fotografo. fotografo di tutto. moda, cose per le pubblicità, teatro, cose così. che siccome sono un giovane fotografo, lavoro come collaboratore dei fotografi della città dove vivo, che quando hanno bisogno, mi chiamano. insomma, leggo, fotografo e scrivo. poi ci sarebbe questa nuova attività della meditazione preventiva dalle ore ventuno alle ore ventidue, che se le cose vanno come dico io, tra poco la facciamo ingranare, la meditazione preventiva, magari divento una specie di santone della meditazione preventiva, tiro su i proseliti, metto su una scuola internazionale di meditazione preventiva, cominciamo a farla fruttare, questa meditazione preventiva, ci divento ricco, secondo me è questione di poco. io scrivo per il giornale alla mattina, e scrivo per me di notte. soprattutto nelle sere d’estate, che fa fresco e mi prendo una birra dal frigo, mi siedo davanti al computer e attacco a scrivere. altrimenti, a forza di scrivere venti o trenta righe di cronache del cavolo, mi si atrofizza il cervello, comincio a fare pensieri atrofizzati, pensieri di venti righe. con le virgole i punti e le maiuscole ai posti giusti, con tutte le notizie al posto giusto e un bell’attacco, di quelli che invogliano la gente a leggersi tutto l’articolo. perché la gente legge le prime tre righe degli articoli di giornale. se gli interessa, vanno avanti, altrimenti passano oltre. bisogna scrivere un bell’attacco. me lo dice sempre il mio capo: un bell’attacco ci vuole! diamogli un po’ di pepe a questa notizia! certe volte mi verrebbe voglia di dirgli me lo trovi tu un bell’attacco per trenta righe sulla raccolta differenziata dei riufiuti, ma poi un attacco decente alla fine lo trovo sempre. non ci vuole niente. basta una cosa del tipo ecco le nuove tecnologie al servizio della spazzatura, e il gioco e fatto, tanto la gente cosa vuoi che gli interessi dell’attacco, un articolo sulla raccolta differenziata se lo leggono tutto anche senza l’attacco poderoso, che la raccolta differenziata, la gente, sono mesi che è costretta a farla, ancora non han capito bene come funziona. poi basta snocciolare nomi, dati e tutto il resto. ma c’è da diventare stupidi. che la lingua che bisogna usare per scrivere un articolo è davvero schifosa. hai voglia a peparla, fa schifo lo stesso. allora arrivo a sera che accendo il computer e mi metto a scrivere come piace a me. scrivo due o tre pagine, poi le rileggo, se mi piace come suona, salvo tutto, spengo il computer e vado a dormire. verso le due del mattino, di solito. poi alle nove si ricomincia. mi piace la vita che faccio adesso. solo, guadagno proprio poco. che quello che guadagno se ne va in affitto, bollette, tasse, benzina e sigarette. qualcosa per mangiare spendo. quando ho qualche soldo in più compro dei libri. oppure dei dischi. saranno due mesi che non compro un disco. e poi ci sono i soldi che spendo per andare a trovare la mia morosa, che lei vive in una città a duecento chilometri da qui. che tra il viaggio e tutto il resto se ne vanno un sacco di soldi. è una bella spesa avere una morosa che abita lontano. poi ogni tanto viene qui lei. andiamo al cinema? andiamo al cinema. andiamo a mangiare una pizza? andiamo a mangiare una pizza. aver la morosa ci vogliono un sacco di soldi. ma quelli sono soldi che spendo volentieri. eccome se li spendo volentieri. la benzina costa tantissimo. ogni volta che faccio il pieno alla moto mi viene voglia di mettere via la moto e di andare in giro a piedi. ma a fare il giornalista non puoi mica andare in giro a piedi. vado in giro in bici? col cavolo che vado in giro in bici, che col caldo che fa in estate arrivo alle conferenze stampa sudato e puzzolente. già ci vado vestito male, alle conferenze, ci manca solo che mi metto pure a puzzare di sudore. vado in moto e pago la benzina. ultimamente, poi, neanche quello, che la moto è ancora dal meccanico, bisogna arrangiarsi un po’ come si può. comunque, un sacco di soldi. smetto di fumare, così risparmio? per un anno ho smesso. sono ingrassato sedici chili a non fumare. che senza fumare, dicono, si assimila di più. però non ti viene il cancro ai polmoni, dicono. poi ho ricominciato a fumare. poco, ma ho ricominciato. perso sei chili. speriamo che non mi viene il cancro.

sono sdraiato sul letto a leggere. suona il telefono. chiudo il libro, prima di chiuderlo guardo a che pagina sono arrivato. pagina novanta. facile. niente segnalibro che a cercarne uno perdo del tempo. chiudo il libro e lo lascio sul letto. mi alzo. il telefono è sempre lì per terra in un angolo della stanza. lo raggiungo, tiro su, pronti. ciao sono carlo. ciao carlo.

che bello che c’è carlo che ogni tanto mi chiama e mi propone qualcosa da fare questa sera.

stasera c’è un concerto di musica irlandese. bello. chi suona? non lo so. fantastico, ci andiamo. passi a prendermi tu, che ho la moto dal meccanico? giù il telefono. torno sul letto.

però se questa sera esco con carlo e vado a vedere gli irlandesi, niente meditazione preventiva nemmeno stasera. adesso chiamo carlo e gli dico che non ci vado stasera dagli irlandesi. adesso mi alzo e torno al telefono. è lontano il telefono. e saranno quattro giorni che non vedo carlo e gli altri. mi andrebbe di uscire. poi magari quegli irlandesi lì suonano anche bene. nienta, stasera, la serata la dedichiamo ai musicisti irlandesi, la meditazione preventiva dalle ore ventuno alle ore ventidue, pazienza. quasi quasi ora mi alzo, mi metto a scrivere, che sento che mi è venuta un po’ di ispirazione, adesso mi alzo dal letto, accendo il computer, mi metto a scrivere delle cose, non lo so, un racconto. guarda quanta roba che mi si accumula sopra al computer tutte le volte. l’ho usato ieri sera, poi l’ho spento e ci ho buttato sopra i vestiti. questa mattina sono uscito, sono tornato e ci ho buttato sopra altri vestiti, braghe, calzini e tutto il resto. computer portatile ricoperto di vestiti, installazione artistica per la prossima biennale di venezia. titolo, sinfonia digitale in arancione numero uno. tiro su tutto e butto in un angolo del letto. eccolo lì il computer portatile. lo apro, schiaccio il pulsantino giusto e lui si accende. meno male. che c’è stata una volta che mi sono messo a schiacciare il pulsantino e lui non voleva saperne di accendersi. smanetta un po’ con la presa di corrente, togli e rimetti la pila, niente. non si accendeva proprio. alla fine ho dovuto portarlo in negozio a far riparare. volevano darmene uno di cortesia, un computer di cortesia da portarmi a casa finchè non era pronto il mio. cortesi erano cortesi, gli ho detto. solo che del computer di cortesia non sapevo proprio cosa farmene, perché nel computer di cortesia non c’erano dentro le mie cose da scrivere. ci mettete tanto ad aggiustarlo? eh, bisogna vedere cosa si è rotto. se si è rotto il pulsante bisogna aspettare il pezzo di ricambio, che il tuo computer è un po’ vecchiotto, mi dicevano, magari dopodomani è pronto. se si è rotto qualcos’altro, bisogna vedere. io gli dicevo speriamo che non sia niente di grave. e andavo via senza computer di cortesia. per due giorni non ho potuto scrivere. allora ho scritto tutto quello che mi veniva in mente su dei fogli. il problema è che quando scrivo le cose a mano, scrivo così male che quando vado per rileggere le cose scritte a mano, non capisco cosa ho scritto. quindi, di quei fogli lì, quando poi mi tornava il computer riparato, sono riuscito a recuperare solo poche cose, perché dopo un po’ che ero lì a cercare di capire cosa avevo scritto, mi veniva il mal di testa e lasciavo perdere. è per questo che le cose che ho scritto, io le ho sempre scritte con degli ausili meccanici, prima con una vecchia macchina da scrivere che era la usava mia madre quando faceva l’università, ci aveva scritto la tesi di laurea, e poi con il computer portatile che me l’ha venduto un mio amico di seconda mano. anche le lettere che mando agli amici e alle amiche, le scrivo col computer. quando posso le spedisco con la posta elettronica. ho un’amica di roma che ci scriviamo da cinque anni, e lei la posta elettronica non ce l’ha, che lei ha una forte avversione per la tecnologia. allora le lettere per lei le scrivo al computer, poi le stampo, le infilo in una busta e gliele spedisco. quando capita che ci sentiamo per telefono va sempre a finire che che si arrabbia con me, perché lei la roba scritta al computer non la sopporta proprio, perché dice che non trasmette la carica emotiva. perché non mi scrivi a mano? mi chiede. io le rispondo che a mano non mi viene bene. che scrivo troppo male e non mi va. lei mi pianta il muso e io devo far di tutto per riuscire a cambiare discorso. tutte le volte così, qesta mia amica di roma. schiaccio il pulsantino e il computer si accende. meno male. apro il libro nuovo. rileggo le tre pagine che ho scritto ieri sera e correggo qualche cosa. finisco di correggere e mi metto a fissare il cursore che lampeggia. che freddo, la mia stanza, quasi quasi vado ad accendere il riscaldamento, solo, se mi alzo adesso, mi scappa l’ispirazione. invece niente, il cursore lampeggia, niente da fare. eppure, prima, mi sembrava di essere ispirato, invece niente. forse stasera. no, stasera no, vado con carlo a sentire gli irlandesi. vado su internet per veder se mi sono arrivate delle lettere elettroniche. niente. non mi ha scritto nessuno. tre giorni che non mi scrive nessuno. e non c’è nemmeno un cazzo di postino da chiedergli scusi, son tre giorni che non mi arriva nulla non è che per caso si è perso qualcosa in giro, ha visto per caso qualche lettera indirizzata a me? no. niente postino a cui chiedere. tutto elettronico. tre giorni che nessuno mi scrive. ha ragione la mia amica di roma, che l’elettronica ti toglie la carica emotiva. la carica emotiva non lo so, le litigate col postino quelle me le ha tolte di sicuro. boh, spegniamo il computer, che mi ha già scassato le scatole, oggi non scrivo, non me l’ha mica ordinato il dottore di scrivere tutti i giorni. l’ultima volta che ci sono stato, il dottore mi ha detto che sono scarso di ferro nel sangue, di smettere di fumare e di mangiare più frutta e verdura, ma di scrivere tutti i giorni non ne ha parlato, son sicuro. oggi leggo tutto il pomeriggio, poi mangio qualcosa, magari un’insalata. frutta niente, che non ne ho comprata neanche un po’. poi dopo passa a prendermi carlo, andiamo dagli irlandesi. a che ora passa carlo? non me l’ha detto. mah, passerà verso le ventuno e trenta, come al solito, giusto in mezzo alla meditazione preventiva. ora leggo. sul letto. si sta bene.

ogni tanto cedo alla tentazione, non lo faccio mica apposta, cosa ci devo fare, son fatto di carne pure io, la carne è debole, lo sanno tutti, oggi a pranzo ero lì in cucina da solo a far la pasta al sugo, non ho resistito, ho acceso la televisione. non la accendo quasi mai, la televisione, che tutte le volte che la accendo, poi va a finire che mi girano i maroni, mi rovina la giornata tutte le volte, la televisione. che gli amici mi dicono sei prevenuto. io sarò anche prevenuto, va bene, oggi a pranzo non ho resistito, ho acceso la televisione. ho girato su un paio di canali, ho trovato un telegiornale. dieci minuti di applausi, ieri sera, per l’ifigenia in aulide, ha detto la giornalista. solo, la giornalista, ifigenia in aulide, ifigènia in aulìde, ha detto. che adesso, va bene, non si può essere tutti nati con la cultura infusa, siam d’accordo, non è detto che tutti i giornalisti debbano aver fatto cinque anni di greco al liceo classico, io li ho fatti, non mi ricordo una mazza dei cinque anni di greco al liceo classico, va bene, però, cazzarola, ho spento la televisione per il nervoso, mi è toccato mangiare la mia pasta al sugo in silenzio da solo nella cucina.

son tornato a casa, dopo il lavoro, ho finito tardi anche questa sera, di lavorare, è un periodo, io non lo so, mi sembra che nella mia vita non sto facendo altro ultimamente, a parte il fatto che anche stasera, porcapupazza, col fatto che son tornato tardi dal lavoro, anche stasera niente meditazione preventiva dalle ore ventuno alle ore ventidue, ho addosso un nervoso per questa faccenda della meditazione preventiva che salta sempre, adesso non ci voglio pensare, questa sera, son tornato tardi anche questa volta, non riesco più a leggere i miei libri durante il pomeriggio, ho questa sensazione, che il mio corpo il mio cervello, ultimamente io la mia vita non faccio altro che dormire qualche ora, mangiare, e lavorare lavorare lavorare lavorare. secondo me c’è qualcosa che non va, che non mi tornano i conti. che io, son stato giovane anche io, quando ero giovane ero un giovane dai sani principi morali, avevo dei progetti per la vita mia futura, avevo gettato delle basi. che quando ero giovane io non facevo altro che ripetere io nella mia vita, le schiavitù, io le schiavitù le terrò fuori dalla mia vita, che non ho nessuna intenzione di fare come mio padre, che mio padre ha sempre lavorato una media di quindici ore al giorno, che mio padre, in casa, lo si vedeva giusto mezz’ora a pranzo, poi lo si rivedeva mezz’ora al pranzo del giorno dopo, e nemmeno tutti i giorni, che quando gli dicevo papà, ma chi cazzo te lo fa fare di farti un culo così tutti i giorni, lui mi rispondeva sempre due cose, uno, figliuolo, se ti sento dire ancora male parole ti spezzo le gambe, due, il mio lavoro mi piace, me lo sono scelto io, se non mi piacesse non lavorerei così tanto. che secondo me questa era una scusa che si era inventato per non dover ammettere che stava facendo una vita di merda. eh no, col cavolo, non facevo altro che ripetere, io nella mia vita farò in modo di vivere una vita tranquilla, senza pensare solo al lavoro, io non avrò mai un telefono cellulare, nella mia vita, che i telefoni cellulari ti tolgono la libertà, ti tolgono il diritto di essere introvabile, io, lo ripetevo in continuazione, coi computer non ci voglio avere niente a che fare, che i computer sono delle macchine diaboliche che ti tolgono il rapporto con la realtà, ripetevo in continuazione anche che io, nella mia vita, la cosa più importante erano le persone a cui voglio bene, gli amici, la morosa, prima vengono loro, poi viene tutto il resto. io, lo ripetevo in continuazione che io, nella mia vita, la cosa più importante era essere in pace col mio io interiore, stare apposto con la coscienza, rispettare la mia individualità, che non avevo nessuna intenzione di diventare una merda come tutti gli altri. poi, questa sera son tornato a casa tardi dal lavoro, ormai son delle settimane che non faccio altro che dormire mangiare lavorare, non faccio altro, non ho tempo da dedicare ai miei interessi, non vedo più gli amici, la morosa ho come la sensazione che non mi vuole più vedere, mi sa che mi sono rapidamente trasformato in una merda proprio come tutti gli altri.

poi, niente, questa sera son tornato a casa tardi, ho mangiato una pizza surgelata veloce, sono andato di corsa a rinchiudermi nelle mie stanze, che è sempre una sola, la mia stanza, è un modo di dire, che mi son chiuso nelle mie stanze, che sentivo l’esigenza di fare della meditazione. che questa volta non si trattava della meditazione preventiva dalle ore ventuno alle ore ventidue, per diversi buoni motivi. un buon motivo era che le ore ventuno erano passate da ormai quasi due ore, un altro buon motivo era che la meditazione di cui necessitavo non era di tipo preventivo, era di tipo retrospettivo. che questo fatto di essermi reso conto che nella mia vita di questi ultimi anni, diciamo degli ultimi tre anni, io ho mandato a cagare tutti i sani principi di quando ero giovane, sono diventato una merda come tutti gli altri, secondo me c’era bisogno di rifletterci un po’ su, c’era bisogno di ponderare.

una cosa che mi piace da matti, gli spaghetti aglio olio e peperoncino. solo, poi la sera mentre scrivo, oltre alla puzza di piedi, la puzza di aglio che non se ne va dalle mani, è una tortura.

una cosa che mi dà fastidio, ma tanto, è che ci son delle volte che comincio le cose, poi le lascio a metà, che non c’è verso di finirle. l’università, per dire, ci ho provato per due volte di fila, non c’è stato verso. che la prima volta mi son messo lì di buzzo buono, come si dice, andavo a frequentare le lezioni, studiavo, rinunciavo a fare delle cose, che poi passavo delle giornate intere chiuso in casa a studiare, invece che star dietro ai miei interessi, imparavo le cose, poi arrivava il giorno del primo esame, anziché andare a far l’esame, lo sai che cosa facevo? andavo via di casa. che mi stufavo della vita di merda che stavo facendo, mi accorgevo all’improvviso che le cose che avevo studiato non mi interessavano, che non avevo nessuna voglia, allora niente, andavo da mia madre e da mio padre, gli dicevo che avevo deciso di andar via di casa, prendevo su le mie cose, mollavo lì tutto e andavo a vivere a bologna. poi, a bologna, dopo degli anni che vivevo lì, che lavoravo, mi tornava la voglia di studiare, mi iscrivevo a una facoltà che mi interessava, tutto d’accapo. che frequentavo le lezioni, studiavo, smettevo di uscire, tutto come prima. poi arrivava il giorno del primo esame, un esame di storia, ci andavo. poi a quell’esame di storia mi bocciavano, che io in storia son sempre stato molto carente, non demordevo, come si suol dire, studiavo un altro esame, andavo a far l’esame, facevo lo scritto, tornavo il giorno dopo a far l’orale, trenta e lode. poi basta. che dovevo andare dopo un mese a far registrare il trenta e lode sul libretto, invece in università non ci mettevo più piede, il trenta e lode non l’ho più registrato. che i miei genitori gli è anche rimasto il sospetto, poverini, che quell’esame io il trenta e lode non l’ho mica preso, che gli ho raccontato una balla, per telefono. come quelli che ogni tanto leggi le storie sul giornale, giovane trentaduenne si suicida, aveva raccontato ai suoi di essere a un passo dalla laurea, ma non aveva superato nemmeno un esame. che i miei gli è rimasto il sospetto che io ero uno di quei trentaduenni che si suicidano perché han raccontato ai genitori che erano a un passo dalla laurea, invece niente laurea. ho paura che gli resterà per sempre, questo dubbio qui, del mio trenta e lode che non l’ho mai registrato sul libretto, fa niente. solo, voglio dire, tutto sommato non mi son mica suicidato, questa dovrebbe già essere una prova concreta, tangibile, che l’esame l’ho dato per davvero. e allora, con l’università, non c’è stato verso di finire le cose, che io, le cose, mi capita spesso che le inizio e poi, di finirle, non c’è verso neanche a crepare.

io, un’altra cosa che mi dà un mare di fastidio doverla ammettere, io nella mia vita, io non me l’aspettavo, io non ci credevo, io invece alla fine son diventato uguale preciso sputato a mio padre.

questo fatto che è inverno, mancano dei mesi, arrivare al disgelo, affrontare gli spostamenti è un’impresa. che la moto, finchè non arriva il disgelo, va bene per gli spostamenti poco impegnativi, la macchina non ce l’ho, ho solo la moto, in questi giorni è anche dal meccanico, cosa devo fare, per gli spostamenti impegnativi mi tocca prendere il treno. che mi va anche bene, per carità, che quei discorsi del se tutti prendessimo i mezzi di trasporto pubblici gli autobus i treni e compagnia bella ci sarebbero meno incidenti stradali si inquinerebbe di meno, quei discorsi a me son sempre piaciuti, son d’accordo, dovremmo smetterla di andare in giro con le macchine con le moto a schiantarci e a inquinare l’aria, mi sta bene. solo, viaggiare in treno, io non lo so, ho dei problemi. che il treno ha tutta una sua filosofia, non si può mica salire su un treno impreparati, ogni viaggio in treno secondo me meriterebbe almeno due tre orette di meditazione preventiva, prima di salire sul treno, voglio dire. che questo modo di viaggiare, che non devi nemmeno stare attento alla guida, non sai chi è il tuo vicino di posto, che se viaggi di sera non c’è nemmeno il panorama da guardare fuori dal finestrino, io faccio una gran fatica. che mi sono anche attrezzato, mi porto della musica da ascoltare con le cuffie, dei libri da leggere, in qualche modo si fa. però è difficile lo stesso. poi c’è quest’altro problema, da affrontare. che io, tutte le morose che ho avuto negli ultimi anni, loro non avevano la macchina, non avevano nemmeno la moto, viaggiavano tantissimo in treno. e allora, niente, ogni volta che sentivo le morose, dopo che avevano fatto un viaggio in treno, loro tutte le volte avevano da raccontarmi che avevano conosciuto qualcuno sul treno, e questo qualcuno era quasi sempre un bel ragazzo, interessante, che ci avevano parlato delle ore per tutto il tempo che era durato il viaggio in treno. io questa cosa non son mai riuscito a spiegarmela. che io, nella mia vita, di viaggi in treno ne ho fatti un bel po’, anche lunghi, soprattutto prima di comprare la moto, io sul treno non ho mai conosciuto nessuno, nessuna ragazza carina interessante da parlarci durante il viaggio. al massimo qualche persona di una certa età che mi chiedeva se il treno era quello giusto per andare chissà dove. e allora, ad un certo punto ti viene l’invidia, che questo fatto che le morose conoscono sempre qualcuno, loro il viaggio in treno lo apprezzano anche, lo trovano piacevole, il viaggiare in treno. io viaggiare in treno ho dei problemi, mi annoio da morire, magari se conoscessi anche io delle ragazze carine da farci due chiacchiere, sarebbe più bello, viaggiare in treno, più interessante, non lo so, dico così per dire, parlo per supposizioni, non mi è mai capitato di conoscere le ragazze carine sui treni da farci due chiacchiere durante il viaggio. sarà che sono brutto e antipatico, a vedermi, le ragazze carine e interessanti non gli passa neanche per la testa, di parlare con me sui treni durante i viaggi. che poi il ragionamento, volendo, si può fare anche più sottile. che io, alle morose, a un certo punto mi sono insospettito, io glielo chiedevo: ma chi ha attaccato il discorso per primo, tu o il ragazzo simpatico e interessante? il ragazzo simpatico e interessante. per forza. è sempre il ragazzo quello che fa la prima mossa, in queste situazioni. ma cosa ti ha detto? eh, niente, ero lì che leggevo un libro, mi ha chiesto che libro stavo leggendo, se era un bel libro, poi abbiamo iniziato a parlare, ci siam messi a parlare di filosofia e di psicologia. e che libro stavi leggendo, scusa? mah, l’interpretazione dei sogni, di sigmund freud. eh, brava, leggi questi libri del cazzo, questi libri anacronistici superati, questi libri da popolino illuminato, per forza poi i ragazzi carini interessanti si mettono a parlare con te, che son sicuro, alla fine del discorso filosofico e psicologico, un po’ ci ha provato con te, vero? mah, non saprei, forse sì, un po’ ci provava. eh, per forza che ci provava, te leggi questi libri, per forza poi ci provano, che fanno i marpioni, prova te, andar sul treno, portarti dietro da leggere, cosa ne so, centuria di giorgio manganelli, poi mi dici se trovi uno simpatico interessante che ha voglia di attaccar bottone.

tutte le volte così.

allora, niente, ti prende l’invidia, ti viene voglia di rendergli pan per focaccia, come si dice, alle morose, quando poi fai i viaggi in treno, ti organizzi. che io ci ho anche provato a portarmi sul treno dei libri che possano andar bene per far nascere delle discussioni interessanti con delle ragazze carine sul treno, non ci son mai riuscito, che i libri sulle filosofie orientali, che ho provato a portarmi dei libri sulle filosofie orientali, che mi han detto che sulle ragazze carine fan sempre un certo effetto, io i libri sulle filosofie orientali, è più forte di me, proprio non ce la faccio, leggerli.

poi, son tornato a casa, anche stasera, ho sentito la fortissima esigenza di scrivere un messaggio da mettere in una bottiglia da gettare in mare per i posteri. che ogni tanto mi vengono queste follie creative, non riesco a controllarle. non lo so, sarà che stamattina ho sentito i police alla radiosveglia, message in a bottle, cantavano, me l’avranno data loro, questa ispirazione, sarà nata lì, questa esigenza, che mi è girata nella testa tutto il giorno, stasera son tornato a casa, avevo voglia di scrivere un messaggio da mettere in una bottiglia da gettare in mare per i posteri, sono entrato in casa, mi son guardato intorno. io non lo so, nella mia vita, ogni volta che mi viene un’idea geniale, uno sbotto creativo, c’è sempre pieno di impedimenti, è una cosa insopportabile. che mi son guardato intorno, neanche una bottiglia vuota di vetro da metterci dentro i messaggi per i posteri, ho trovato dietro il frigorifero una bottiglia di plastica senza il tappo con dentro un po’ di tè freddo alla pesca. non andava mica bene. che a casa mia, l’acqua, si beve quella del rubinetto, il vino lo si beve, ma poi si portan via le bottiglie, che c’è la raccolta differenziata del vetro, neanche una bottiglia vuota di vetro in tutta la casa. dice, svuotane una. eh, bravo, cosa svuoto, non c’è nemmeno una bottiglia piena e tappata di primitivo d’emergenza, non c’è niente in questa casa, i supermercati a quest’ora han già chiuso, non potevo nemmeno andarla a comprare al supermercato qui dietro l’angolo, una bottiglia da svuotare da metterci dentro un messaggio da buttare poi in mare per i posteri. mi son girato un po’ intorno, sono andato a guardare fuori dalla finestra, fuori da casa mia non c’era nemmeno il mare, porcapupazza, sempre pieno di impedimenti, ogni volta che mi viene un’idea geniale, uno sbotto creativo. dice, quanto è lontana la spiaggia più vicina da casa tua? che cazzo ne so, la distanza precisa, almeno un tre ore di strada, andare in moto, la moto, ora che ci penso, sta ancora dal meccanico. bravo. eh, grazie. allora cosa devo fare, mi ha preso il nervoso, questa cosa del messaggio, mi spiaceva lasciar andare così a vuoto un’idea geniale. allora, niente, sono andato di corsa nelle mie stanze, che nel frattempo non son mica aumentate, le mie stanze, son sempre quelle, una sola, che le mie stanze è solo un modo di dire, sono andato a prendere un postit giallo, che ne ho una carrettata, nelle mie stanze, di postit gialli, che tornano sempre utili, in queste situazioni difficili, ci ho scritto sopra un messaggio importantissimo per l’umanità, sono andato di corsa in bagno, l’ho scaricato giù per la tazza del cesso, il postit giallo, vedrai che prima o poi ci arriva, al mare, magari ci mette un po’ di più di tre ore, senza la moto, non lo so, secondo me prima o poi arriva. la bottiglia, fa niente, facciamo a meno.

cosa avevo scritto sul postit? dalle ore ventuno alle ore ventidue meditazione preventiva.

poi si stava facendo tardi, sono andato a meditare.

ora, secondo me, va bene, è fallito il primo tentativo, mi son lasciato traumatizzare dal primo tentativo fallito, non ci ho più riprovato. son stato stupido, che se a ogni fallimento, poi ci rinuncio, finisce che i miei obiettivi della mia vita, non ce la faccio mica a raggiungerli. che una volta, quando ero più giovane, ero anche più caparbio, che è una parola che suona anche bene ma non vuol dire un cazzo, ero più determinato, avevo la testa dura, se scapocciavo mi rialzavo e tiravo dritto, mica come ora, che alla prima avversità mi traumatizzo, poi non ci riprovo più. e allora, niente, secondo me andrebbe bene fare un altro tentativo. che tutto sommato, ho ancora delle buone possibilità da giocarmi, allora, è facile, mi siedo qui sulla poltrona, chiudo gli occhi, agenda, pagina a caso, punto il dito, apro gli occhi.

gisella.

eh, cazzarola, mai una volta che stia al suo posto, gisella, sta sempre tra i maroni, spunta sempre fuori quando non dovrebbe, è colpa mia che tengo il suo numero nell’agenda coi numeri di telefono, per forza, sennò come faccio a ricordarmi il suo numero di telefono, non è che mi posso ricordare a memoria tutti i numeri di telefono della gente che frequento. poi, il fatto che effettivamente io il numero di telefono di gisella me lo ricordo a memoria, quello è un altro discorso. che potrei anche evitare di tenere il numero di gisella nell’agenda, siamo d’accordo, solo, io della mia memoria, non è che mi posso fidare più di tanto, che qui l’età avanza, mi rincoglionisco sempre di più ogni giorno che passa, c’è il rischio dell’amnesia, sono rischi concreti, poi quando un bel giorno mi serve di telefonare a gisella per qualche motivo urgente, io quel giorno ho un momento difficile, mi prende l’amnesia, non mi ricordo il numero di telefono di gisella, cosa faccio, prendo l’agenda coi numeri di telefono, trovo il numero di gisella, risolvo il problema in tempi brevi. allora, niente, gisella. ho chiuso gli occhi, ho aperto l’agenda a caso, ho puntato il dito, è uscita fuori lei, mi tocca chiamarla, diffonderle il verbo. magari, volendo, non mi ha visto nessuno, mentre selezionavo puntando a caso il dito con gli occhi chiusi, non mi son visto nemmeno io, per forza, avevo gli occhi chiusi, non ci sono testimoni, potrei far finta di niente, chiudo di nuovo gli occhi, riapro l’agenda, ripunto il dito, potrei fare così. solo, non lo so, che in questo periodo di crisi che mi ha colto ultimamente, questo crollo dei valori, questo fatto di aver rinnegato i buoni propositi di quando ero giovane, non lo so se mi fa bene far finta di niente, rifare la selezione con gli occhi chiusi, questa mancanza di correttezza nei confronti di un destino che ha selezionato gisella, cazzarola, sempre tra le balle, gisella, io non lo so, forse è meglio se non cerco di ingannarlo, il destino, è meglio se evito le mancanze di correttezza, prendiamo le cose così come vengono, è meglio. solo, c’è un fatto. che gisella, in quanto ex morosa, in quanto che quando ci siam lasciati tre anni fa abbiamo litigato, non ci siamo lasciati bene, come si dice, ci siamo rivisti delle volte, più o meno per caso, che gisella spunta sempre fuori quando non dovrebbe, era meglio se non ci rivedevamo. e allora, cosa facciamo, potrebbe essere una buona occasione per riappacificarsi, che adesso la chiamo, le chiedo come sta, le spiego che ho bisogno di vederla per diffonderle il verbo, poi ci vediamo, le diffondo il verbo ed è fatta. solo, non lo so se è il caso, che se adesso la chiamo, siamo anche sotto natale, chissà come la prende, magari pensa che sono rimasto vittima della tristezza natalizia, chissà cosa pensa, se la chiamo proprio adesso, non lo so se è il caso. basta, la chiamo. faccio il numero, risponde subito.

ciao.

ciao.

cosa vuoi?

uh, anche tu mi sei mancata molto.

sì, sì. allora?

eh, niente, ti chiamo perché secondo me c’è il caso che è meglio se io e te ci vediamo, magari anche stasera, che c’è una cosa importantissima che devo spiegarti.

sì, me lo immagino cosa mi devi spiegare. ma è possibile che dopo tre anni ancora insisti? come te lo devo dire?

tre anni… ma no, cosa dici, non mettermi confusione, che tu, cara la mia gisella, hai sempre avuto questo problema, che pensi di sapere sempre tutto, poi invece non sai niente, anzi, proprio a questo proposito ti chiamo, che ci son delle cose che non sai, adesso non so se è il caso di darti delle anticipazioni per telefono, che queste cose importanti, anche nei film, se ci fai caso, non ne parlano mai per telefono, che ci sono sempre i cattivi in agguato, che spiano per rubare i segreti, e questa cosa che ti devo spiegare io è molto importante, rappresenta una svolta per il futuro dell’umanità, è meglio parlarne di persona.

sì, capisco benissimo. ma mi vuoi spiegare perché mi hai chiamato?

eh, è una questione lunga, perché ti ho chiamato. in pratica si può dire che ti ho chiamato perché sei stata prescelta dal destino per essere messa al corrente di una nuova tecnologia, di una nuova corrente filosofica che potrebbe salvare il mondo da tutti i mali.

ma cosa cazzo dici? guarda che mi son già stufata, adesso metto giù.

senti, ora non farmi perdere tempo, che non ho tanto tempo da perdere, se adesso metti giù poi mi tocca richiamarti un’altra volta, son pieno di cose da fare, devo scrivere dei messaggi da mettere nelle bottiglie, devo fare delle meditazioni, ho del lavoro da fare, devo selezionare altri proseliti, dovrei anche trovare il modo di andare a ritirare la moto dal meccanico, senti, ascoltami bene, è necessario che io e te ci vediamo al più presto, che ti devo spiegare questa cosa importantissima, sei libera questa sera?

per la solita cenetta, cinema e tentativo di riconquistarmi come ai vecchi tempi?

uffa, che due palle, che tu, cara la mia gisella, hai sempre avuto questo problema, che devi sempre sentirti al centro dell’attenzione. per la cenetta, si può anche fare, che ho una certa fame, se vieni qui da me, ti faccio una pasta di quelle coi sughi speciali, ti faccio un sugo alla siciliana che poi ti lecchi i baffi. oh, scusa, non volevo dire cosi, che tu, cara la mia gisella, hai sempre avuto questo problema, che coi peli superflui hai sempre avuto un pessimo rapporto, niente, ti faccio una pasta col sugo alla siciliana molto buona. per quanto riguarda il cinema, non so, è un periodo che son senza soldi, andare al cinema costa parecchio, poi lo sai, come son fatto, che se andiamo al cinema poi io ho questo blocco morale che poi mi viene voglia di offrirtelo, il biglietto del cinema, invece son senza soldi, è un periodo difficile, poi ho paura che in questi giorni non c’è niente di interessante, al cinema, che se andiamo al cinema, poi non ho il tempo necessario per spiegarti questa cosa importantissima che ti devo spiegare, per quanto riguarda il cercare di riconquistarti, non lo so, secondo me non corri dei grossi pericoli, che io non credo che farò dei tentativi per riconquistarti, cara la mia gisella, che ultimamente ho tanti di quei pensieri, ho già i miei casini da affrontare per riconquistare la mia morosa attuale, che stiamo attraversando un periodo difficile, con la mia morosa attuale, non lo so se ho voglia di fare dei tentativi per riconquistare pure te, faccio fatica, riconquistarne due alla volta, son mica il don giovanni, son mica il casanova. sei libera questa sera?

lungo sospiro.

non lo so. sì, va bene, vengo da te per cena. ma guarda che non ti amo più da un bel po’, tra noi non c’è più nulla, mettitelo in testa, vengo solo per assicurarmi che non ti sei rincoglionito completamente, che questa telefonata che mi hai fatto, non mi sembri tanto normale, è chiaro?

brava. ti aspetto.

questa cosa del diffondere il verbo, di reclutare proseliti per la meditazione preventiva dalle ore ventuno alle ore ventidue, sta diventando una rottura di maroni non indifferente.

che gisella non è mica una normale. che mi fa tutti quei discorsi, al telefono, che non mi ama più, che non devo provare a riconquistarla, siamo d’accordo, son mica scemo, che mi vien voglia di riconquistarla, col culo, che ci provo. poi, invece, è arrivata qua, in orario quasi perfetto per la cena, si è messa il vestito blu. la stronza. ha suonato il campanello, sono andato ad aprire, ho aperto la porta, il vestito blu. con dentro gisella, il vestito blu. stronza bastarda. che non volevo neanche darle la soddisfazione, è entrata in casa, ha attraversato la sala, ha lasciato il cappotto sul divano, è andata dritta verso la cucina, senza dire niente, non dicevo niente nemmeno io, che non volevo darle la soddisfazione, ho richiuso la porta di casa, le sono andato dietro, che lo sapevo che stava andando dritta a scoperchiare le mie pentole i miei tegami pieni di cose buone per la cena, che gisella le sa queste cose, ci son poche cose che non sopporto, una è che mi vengano a scoperchiare le pentole e i tegami prima che sia pronto. fermati lì, cara la mia gisella, le ho detto, che l’ho beccata con la mano sopra il coperchio del tegame col sugo, niente da fare, era già lì che assaggiava, che diceva secondo me ci vuole ancora un po’ di pepe. che nervi.

senti, cara la mia gisella, metti giù le mani, che l’ho già capito a che gioco stai giocando, fermati lì, che tu pensavi che magari non ci facevo caso, invece io sono un tipo attento, ciò l’istinto del giornalista sottopagato, ciò lo sguardo del fotografo alle prime armi, non mi sfugge niente, me ne sono accorto.

accorto di cosa?

ah, ma non gliel’ho mica data, la soddisfazione, non le ho mica detto niente, del vestito blu. dopo tanti anni, riesce ancora a infilarcisi, nel vestito blu, vaccaboia, chi se lo aspettava, che si metteva il vestito blu per venire qui, questa sera, va a finire che mi distrae, il vestito blu, va a finire che mi dimentico il motivo importante per cui l’ho fatta venire fin qui, la gisella. il motivo, importante, che adesso per l’appunto mi sfugge, il motivo importante, la meditazione preventiva dalle ore ventuno alle ore ventidue, ecco, adesso mangiamo, parliamo del più e del meno, fumiamo due sigarette, poi le diffondo il verbo, la meditazione preventiva, chi se lo aspettava che sarebbe stata proprio lei, la prima dei miei proseliti. solo, questo fatto del vestito blu, c’è il rischio che mi distraggo, che mi dimentico di diffonderle il verbo, meglio che vado a cercare un postit giallo, ci scrivo sopra un paio di cose, me lo appendo dove so io, il postit giallo. allora, niente, il primitivo c’è. la pasta, manca poco. il sugo, alla siciliana, l’ho fatto io, questa volta, come si deve, che non ho tempo per stare a litigare con quei vecchi volponi della knorr e della starr, ci si mette a mangiare, a parlare del più e del meno, fumare due sigarette, che la gisella, quando c’è da star lì a bere del primitivo e mangiare la pasta col sugo alla siciliana, è anche una persona di compagnia, come si dice, che non sembra nemmeno più tanto preoccupata di assicurarsi se mi son rincoglionito del tutto oppure no, è lì che beve il primitivo, mi racconta della tesi, della borsa di studio, del master, del tirocinio, che due maroni, gli universitari, son sempre lì che raccontano le stesse cose, le tesi le borse di studio i master i tirocini, si danno dell’importanza, gli universitari, mi tocca sentire sempre gli stessi discorsi, quando parlo con gli universitari, gisella sta finendo l’università, mi toccano i soliti discorsi anche stasera, poi finisce di parlare dell’università, parla solo lei, attacca a parlare del suo moroso attuale gilberto che è tanto un bravo ragazzo, però insomma, che due scatole, è sempre lì che parla del suo lavoro, gilberto, che non è proprio un lavoro, il lavoro di gilberto, che scrive le recensioni dei film per le riviste, non lo pagano quasi mai, e anche a letto, ultimamete, certe delusioni. e niente, va avanti così, la gisella, che secondo me si è sbicchierata troppo primitivo a stomaco vuoto prima di iniziare a mangiare la pasta col sugo alla siciliana fatto da me, adesso è lì che ha finito la pasta, fuma le sigarette, beve dei gran bicchieri di primitivo, che mi è toccato di aprirne un’altra, nel frattempo, di bottiglia di primitivo, mi parla delle disavventure erotiche col suo moroso attuale gilberto mi dice andiamo sul divano che si sta più comodi? ecco, penso, io, andiamo sul divano che si sta più comodi se riesco a farti stare zitta dieci minuti, ti diffondo il verbo, ti inizio ai segreti della meditazione preventiva dalle ore ventuno alle ore ventidue, e il vestito blu, con dentro la gisella, sculetta fino al divano, vado a sedermici vicino.

allora, adesso me lo vuoi dire come mai mi hai fatta venire fin qui questa sera? non sarà mica che mi hai fatto venire qui perché avevi voglia di provare a riconquistarmi? quante volte te lo devo ripetere che tra me e te non c’è più niente?

e con una mano tiene il bicchiere di primitivo, con l’altra sta tirando giù la cerniera lunghissima del vestito blu.

io allora ho un attimo di vuoto, di cerchio alla testa, mi viene in mente che da qualche parte devo aver appiccicato uno di quei postit gialli con scritte delle cose molto importanti che mi dovrei ricordare, non mi ricordo dove l’ho appiccicato, magari se mi guardo intorno, se mi giro con una certa disinvoltura prima a destra e poi a sinistra, magari il mio sguardo viene attratto da un quadratino giallo che stona col paesaggio circostante, ritrovo il postit giallo con le cose importanti scritte sopra, risolvo il problema in un attimo. allora, niente, mi giro attorno con disinvoltura a veder se c’è un quadratino giallo che stona, ad un certo punto mi ritrovo tra le mani il vestito blu, senza la gisella dentro, un casino.

che poi, a pensarci il giorno dopo, sembra tutto più facile, che poi, la gisella, alla fine l’ho rimandata a casa sua, a una certa ora, che non potevo mica tenerla lì tutta la notte, senza il vestito blu, che poi altrimenti si tirava tardi, io poi a una certa ora dovevo anche andare al lavoro, non è che posso star qui a perdere ore importanti da dedicare al riposo delle stanche membra, già lavoro sempre quindici ore al giorno, ci manca solo che mi privo del sonno, poi finisce che divento matto, già son sulla strada buona, per diventare matto, l’ho rimandata a casa, dopo dieci minuti che ho chiuso la porta, che avevo visto la gisella scendere le scale e andar via, dopo dieci minuti ero lì in cucina che mettevo via i piatti da lavare prima di andare a dormire, anche se era già tardi, che se andavo a letto coi piatti sporchi, mi si sporcava anche la coscienza, poi non riuscivo a dormire, niente, ero lì che sistemavo la cucina, mi giro, la mia attenzione viene attratta da un quadratino giallo appeso al frigorifero, vado a vedere il quadratino giallo, cosa cavolo sarà questo quadratino giallo che stona col paesaggio, mi avvicino per vedere, è un postit. c’è anche scritto qualcosa, sul postit. cosa c’è scritto? diffondi il verbo della meditazione preventiva dalle ore ventuno alle ore ventidue alla gisella. cazzarola, mi sa che mi son dimenticato anche stavolta, per colpa del vestito blu, mi sa. allora ho lasciato lì di lavare i piatti, mi è venuta la tristezza, il senso di impotenza, ho sentito il peso terribile delle mie responsabilità sulle spalle, mi giravano un po’ i maroni. sono andato dritto a dormire, mi son ritirato nelle mie stanze, mi son buttato sul letto, per fortuna ero stanco, mi sono addormentato subito. poi, a pensarci il giorno dopo, in pratica oggi, poi uno si accorge degli errori, si accorge, delle cazzate che ha fatto. che io, a volerci guardare bene, ieri sera, cazzate, mica una sola, no, due. la prima, importantissima, che mi son dimenticato un’altra volta di diffondere il verbo, di spiegare alla gisella tutta la questione della meditazione preventiva, che mi son perso una grande occasione, che la gisella è una tipa fatta a modo suo, però ha una testa poderosa, poteva essere una proselita mica male, niente, mi son dimenticato pure stavolta, non va bene per niente. poi, c’è quell’altro fatto, la seconda cazzata, che lì sul divano, che mi son ritrovato col vestito blu tra le mani, senza la gisella dentro al vestito blu, poi dopo son successe delle cose, sul divano, tecnicamente si potrebbe dire che attualmente, dopo questo fatto verificatosi ieri sera sul divano di casa mia, la mia morosa tiene le corna. che dove le tiene, le corna, non lo so, si dice così, poi non so di preciso dove si tengano le corna, immagino sulla testa, non saprei, poi ci pensiamo. solo, forse ci sono le attenuanti. che alla fine della fiera, la gisella sarebbe la mia ex morosa, non è che sia una donna qualsiasi, che quando siamo stati insieme, siam stati insieme anche diversi anni, non lo so se questo fatto di mettere le corna sulla testa della morosa attuale con un’ex morosa, forse contempla delle attenuanti, mi sa che devo informarmi bene, su questa questione qui, solo, non saprei bene a chi chiedere. mi sa che la morosa attuale, è meglio se non glielo chiedo, se ci sono le attenuanti, pensa te in che guaio che mi son cacciato. che alla fine, bastava pensarci prima, bastava prevenire, che se lo sapevo prima, che la gisella mi arrivava col vestito blu, magari mi preparavo psicologicamente, non so, questa cosa, mi dà da pensare che, faccio per dire, potrei trovare il modo di dedicare una parte della giornata a prevedere le situazioni difficili, trovare delle soluzioni subito, così poi quando le situazioni difficili si verificano, io ci ho già pensato, ho già la soluzione in tasca, non mi trovo impreparato, magari riesco ad evitare di combinare cazzate. allora, niente, si può fare, da adesso in poi mi dedico a questa nuova disciplina, magari ogni sera ci passo un’oretta, dalle ore ventuno alle ore ventidue, magari, questa nuova disciplina, potrei anche darle un nome, cosa ne so, meditazione preventiva, suona bene, mi sembra.

un po’ di tempo fa ero su un treno, un trenino di quelli sporchi puzzolenti che la sera tardi vanno da brescia a bergamo, mi è successa una cosa strana. che sui sedili davanti a me c’era un signore di bergamo, si capiva dall’accento che era di bergamo, era lì seduto che parlava con un ragazzo di colore, che aveva un accento che si capiva benissimo che non era di bergamo, questo ragazzo di colore, aveva un accento che sapeva di africano, solo, di quale città precisa dell’africa, non saprei dirlo. questo signore di bergamo e questo ragazzo di una città africana erano lì seduti che parlavano di calcio. una bella discussione accesa che verteva sul fatto che il ragazzo della città africana diceva che lui teneva per la iuve, il signore di bergamo invece gli diceva, al ragazzo africano, che la iuve è una squadra di merda, che invece doveva tenere per l’inter, che l’inter è una squadra più bella, è una squadra più forte, tutta una discussione così molto interessante, che io avevo le batterie del lettore cd portatile scariche, ero lì che bestemmiavo sul mio sedile del trenino brescia milano, che ero in viaggio già da diverse ore, ora mi toccava ascoltare queste discussioni interessantissime sulle squadre di calcio. che io, ci son delle cose che non sopporto nella vita, una è il calcio. fa niente, stavo lì seduto e speravo che il viaggio finisse il più presto possibile. poi, ad un certo punto, è successo che il treno si è fermato per un paio di minuti in una stazione qualsiasi tra brescia e bergamo e sul vagone è salito un ragazzo con una giacca gialla, una busta di plastica piena di roba, e una faccia che a guardarlo si capiva immediatamente che veniva da una città dell’india, solo, non saprei dire esattamente quale città indiana, fa niente. allora, il ragazzo indiano si è seduto su un sedile del vagone. che sul vagone, non è che ci fosse poi altra gente, eravamo solo io, il signore di bergamo, il ragazzo africano e il ragazzo indiano. ad un certo punto, il signore di bergamo, che era lì che parlava ancora di calcio, ha tirato fuori una sigaretta, l’ha accesa, ha tirato un paio di boccate.

ora, lo sanno tutti, lo sanno anche i sassi che sui trenini che fanno questi tragitti brevi, tipo brescia bergamo, non si può fumare, che non ci sono nemmeno gli scompartimenti fatti apposta per separare i fumatori dai non fumatori. e allora, niente, dopo un po’ il ragazzo indiano si è girato sul suo sedile, ha guardato il signore di bergamo, gli ha detto gentile: scusa, ma credo che qui non si può fumare. e il signore di bergamo è stato zitto due secondi, poi gli ha detto, tutto soddisfatto, che si capiva che se l’era già preparato da tempo, questo discorso, che non vedeva l’ora di poterlo fare a qualcuno, che io ho pensato subito toh, guarda qui un altro che fa della meditazione preventiva, che si prepara i discorsi prima, non sono solo a conoscerne i segreti, della meditazione preventiva dalle ore ventuno alle ore ventidue, il signore di bergamo ha detto: io qui sono a casa mia, nel mio paese, faccio quello che voglio, che se io vengo nel tuo paese e ti dico che non si può fumare, tu son sicuro che mi ridi in faccia, mi mandi a cagare e continui a fumare, e allora, io qui sono a casa mia, tu non puoi dirmi niente. e ha continuato a fumare, effettivamente. il ragazzo indiano, che a sentire così mi sa che si è preso anche un po’ paura, che il signore di bergamo questo discorso lo aveva fatto con una voce anche abbastanza cattiva, il ragazzo indiano non ha detto più niente, si è rigirato sul sedile, la cosa è finita lì. allora, io ero lì, seduto dietro al signore di bergamo e al ragazzo africano, io di solito sono uno che si fa gli affari suoi, non mi piace rompere le scatole alla gente, solo, non ce l’ho fatta, ho tirato un gran respiro, mi sono avvicinato al signore di bergamo, gli ho detto, con calma: senti, tu adesso prendi la tua sigaretta, la spegni bene e la butti fuori dal finestrino, che su questo treno non si può fumare. poi chiedi scusa al ragazzo indiano, che non ci si comporta mica così, che l’india, io non ci son mai stato, non lo so se è un paese civile, non lo so se ti mandano a cagare. l’italia, secondo me, non è che sia poi tanto civile, però, nel dubbio, è meglio se dai il buon esempio. il signore di bergamo, a sentire che gli dicevo così, ci è rimasto male, mi ha detto: e se io anziché fare tutte queste cose che dici tu, io non le faccio, continuo a fumare, non chiedo scusa, tu cosa fai? io non ci son riuscito a rispondergli, io non gli ho più detto niente, l’ho solo guardato in un modo, con una faccia, che il signore di bergamo ha capito subito che era meglio spegnere la sigaretta, buttarla e chiedere scusa al ragazzo indiano.

io, quest’estate, non sapevo ancora dove andare a far le vacanze, ieri sono entrato in un’agenzia di viaggi, ho comprato un biglietto aereo per nuova delhi, quest’estate vado lì, vado a cercare uno che sta fumando una sigaretta dove non si potrebbe fumare, appena lo trovo, gli chiedo gentilmente di spegnerla.

e poi vediamo come va a finire.

c’è un contesto storico, ultimamente, io non lo so, secondo me la gente non ragiona mica tanto bene. oggi stavo andando in giro a piedi, che ho la moto dal meccanico, a girare a piedi ci si accorge di un sacco di cose che con la moto non si vedono mai, per via della velocità, è chiaro. allora, niente, giravo per strada, guardo in alto, appesa ad una finesra vedo una bandiera a strisce colorate, c’è scritto in bianco: pace. poi mi giro da un’altra parte, c’è un’altra finestra con una bandiera appesa, a strisce colorate, c’è scritto, in bianco: pace. come quell’altra. mi giro ancora, dietro di me, c’è un palazzo, altre due bandiere, uguali: pace. ebbè? che roba sono tutte queste bandiere pacifiste tutte uguali? ho chiesto al mio amico marco, che non ero da solo, per strada, c’era con me questo mio amico marco che lavora anche lui per il giornale dove scrivo gli articoli sottopagati. eh, mi ha detto lui, son le bandiere della pace, che gli americani stan decidendo di far di nuovo la guerra in medio oriente, stavolta se la son presa con saddam, con l’iraq, dice che partono anche i soldati italiani, allora la gente appende alle finestre le bandiere con su scritto pace, che così l’altra gente, queli che camminano per strada, vedono le bandiere della pace, si rendono conto che in giro ci sono anche i pacifisti, che la guerra loro non la vogliono. ah, ho detto io, che questa cosa delle bandiere tutte uguali non l’avevo ancora vista, mi giungeva nuova. e funziona? gli ho chiesto al mio amico marco. in che senso? mi ha risposto lui. eh, nel senso che ad appendere le bandiere con su scritto pace, la guerra poi non la facciamo? no, ha detto lui, mi sa che la guerra la facciamo lo stesso.

secondo me, gli ho detto a marco, queste bandiere con su scritto pace non vanno bene. che a scrivere pace sulle bandiere, ho paura che non serve a niente. io, al posto loro, sulle bandiere, ci scriverei qualcos’altro, non lo so, ci starebbe bene una cosa tipo: ma andate a lavorare. oppure: fate i seri. che secondo me, se gli americani pensassero a lavorare, o a fare i seri, loro e tutti gli altri paesi che appoggiano le guerre degli americani, secondo me di guerre se ne farebbero di meno.

ieri sera, dalle ore ventuno alle ore ventidue, ce l’ho fatta, un’ora di meditazione preventiva. che mi sono messo lì a prevedere delle situazioni, a proiettarmici dentro, a trovare delle soluzioni, così se poi un giorno mi capitano, le situazioni che mi sono già immaginato nelle mie ore di meditazione preventiva, so già cosa devo fare, me la cavo senza problemi. ieri sera, dalle ore ventuno alle ore ventidue, ho meditato che se mai dovesse succedere che la mia ex morosa gisella si ripresenta con addosso il vestito blu, io non la faccio nemmeno entrare in casa, le dico altolà, cara la mia gisella, tu e quel vestito blu adesso fate dietro front e vi levate immediatamente dai maroni. le dico così, la prossima volta che mi si presenta con addosso il vestito blu, altrochè.

è un periodo, ho paura che per via del troppo lavoro, dei troppi impegni, sono un po’ stressato, la prova di questa sensazione sono dei segnali inequivocabili, che prima sono andato in cucina per farmi un panino con la mozzarella, i pomodori, la lattuga, una fetta di formaggio, mi è venuta voglia di aggiungerci anche un po’ di maionese di quella del tubetto, tiro fuori dal frigo il tubetto di maionese, lo guardo: dentifricio menta e fluoro attivo. allora, niente, sono andato un attimo in bagno, che mi era venuto un dubbio, sono andato, ho aperto l’armadietto sopra il lavandino: maionese in tubetto. tutto al proprio posto. in questa casa non andiamo mica bene, ho pensato.

oggi stavo lavorando, stavo facendo delle fotografie, mi squilla il telefono, tiro su, ciao sono cecilia, ti ricordi? cecilia di bologna? cecilia di bologna, allora ti ricordi. eh, mi ricordo sì, quella carina che viveva con giuseppe, che ci vedevamo spesso lì a casa vostra, ci si divertiva, cavoli se mi ricordo, ti avevo anche fatto le fotografie al tuo debutto teatrale, lo spettacolo sulle novelle di achille campanile, mi ricordo.

son contenta che ti ricordi.

son contento anche io, che son passati tre o quattro anni, ormai saranno tre o quattro anni che non ci vediamo, adesso mi chiami al telefono, mi fa piacere.

mi fa piacere anche a me, di risentirti.

bene. e perché mi chiami al telefono?

ti chiamo per dirti che il prossimo fine settimana sono a fare uno spettacolo in un teatro lì dalle tue parti, che io non sapevo nemmeno dove sei andato a vivere, ieri parlavo con giuseppe, mi ha detto dove vivi adesso, allora c’è questo spettacolo, siamo in tournèe, ho scoperto che veniamo dalle tue parti, ti volevo invitare.

ma dai, che bellezza, e che spettacolo è?

eh, niente, è una cosa tratta dal gattopardo, mi fa piacere se vieni a vedere.

questa volta niente foto, però, mi fai stare seduto, vero?

certo che ti faccio stare seduto. ti metto da parte i biglietti, vieni con qualcuno?

uh, non so, mi cogli alla sprovvista, che ultimamente, è un periodo difficile, coi rapporti interpersonali, faccio un po’ fatica, mi sa che vengo da solo.

allora ti metto da parte un biglietto solo, ti chiamo poi  ti faccio sapere bene a che ora è lo spettacolo, magari poi dopo andiamo anche a mangiare qualcosa io e te, che è tanto che non ci vediamo.

sì, facciamo così, che mi chiami, poi andiamo a cena, aspetto che mi ritelefoni.

va bene, ciao.

ciao.

solo, ha detto che lo spettacolo viene a farlo dalle mie parti, non mi ha mica detto dove, di preciso, io non glie l’ho chiesto, me lo dirà poi quando mi chiama in questi giorni. che cecilia è una un po’ strana, che se mi ricordo bene che tipo è, c’è anche il caso che si dimentica di richiamarmi, in questi giorni, poi andare allo spettacolo suo è difficile che ci vado, se non mi richiama, non so nemmeno dove lo fa. a pensarci, chi lo sa, magari è un segno del destino, dopo tre o quattro anni che non ci vediamo, mi chiama cecilia, in questo periodo che mi ritrovo in costante ricerca di materiale umano da plasmare, che in questi ultimi giorni sto cercando i proseliti, magari la cecilia andrebbe anche bene, secondo me, è una che potrebbe anche avere un futuro, nel campo della meditazione preventiva, poi è una che fa teatro, ha il contatto con il pubblico, con le masse ignoranti, che quelli che vanno a teatro a veder gli spettacoli son delle masse di ignoranti, spesso e volentieri, se la cecilia le viene voglia, è capace di mettere su uno spettacolo fatto apposta per diffondere poi il verbo alle masse ignoranti. allora, magari c’è il caso che posso approfittare di questo segno mandatomi dal destino, vado allo spettacolo del gattopardo che ci lavora la cecilia, poi la porto a cena, ceniamo, ricordiamo i bei tempi andati, di quando si viveva a bologna, beviamo due bicchieri di vino e poi, appena si presenta l’occasione, zacchete, le diffondo il verbo, il gioco è fatto, finalmente comincio a nutrire le mie schiere di proseliti, in un attimo diffondiamo il verbo della meditazione preventiva dalle ore ventuno alle ore ventidue. solo, devo aspettare che mi richiama, in questi giorni, la cecilia, che mi devo far dire dove fa lo spettacolo il prossimo fine settimana.

son passati poi dei giorni, volevo telefonare a cecilia, chiederle dello spettacolo, del teatro, niente, ho deciso che era meglio aspettare che mi telefonava lei, ho telefonato invece al meccanico. che ci ho pensato su, ho fatto dei conti, dei calcoli accurati e precisi, mi son reso conto che sono passate ormai diverse settimane da quella volta che gli ho portato lì la moto da sistemare. come mai ho portato la moto dal meccanico a farla sistemare? che con tutto il tempo che è passato, mi viene anche il dubbio, non me li ricordo neanche più bene i motivi che mi hanno spinto a portare la moto dal meccanico a farla sistemare. che ora che ci penso bene, non so, mi viene quasi il dubbio, non avrò mica fatto un incidente, non lo so, non mi pare, che di incidenti in moto ne ho fatti in passato, ma incidenti verificatisi di recente, non me ne ricordo, non mi pare, mi viene un altro dubbio, non avrò mica fatto un incidente che mi ha causato una perdita di memoria anche parziale, non so, che ha rimosso dalla mia testa degli eventi, compreso l’eventuale incidente, che ora ho la moto dal meccanico da un sacco di tempo non mi ricordo nemmeno il motivo che mi ha spinto a portare la moto dal meccanico, stai a vedere che ho fatto un incidente bruttissimo, ho picchiato forte la testa dentro al casco, ora non mi ricordo più che ho avuto un incidente anche grave, magari son stato anche dei giorni in ospedale, magari ho anche perso conoscenza, magari ho avuto dei momenti difficili che ho costretto i miei genitori, la mia sorellina, a passare dei momenti difficili al mio capezzale in una camera d’ospedale, magari son successe tutte queste cose, non mi ricordo più niente, magari ho anche delle cicatrici in testa che non so nemmeno di avercele. mi tasto un po’ il cranio, non trovo neanche una cicatrice, niente cicatrici, meglio così, solo, non mi ricordo più perché ho portato la moto dal meccanico, forse sarebbe il caso di telefonare alla mia mamma, chiederle se le risulta che io ultimamente ho fatto degli incidenti in moto che mi hanno costretto a diversi giorni di degenza in ospedale, degli incidenti che potrebbero aver causato delle perdite di memoria, mi vien quasi voglia di chiamarla, la mia mamma, poi invece non l’ho mica chiamata, la mia mamma, che già poveretta chissà che idee si è fatta di me, di questo suo figlio un po’ strano, un po’ scapestrato, se la chiamo e le chiedo se ho fatto un incidente, poi magari non ho fatto nessun incidente, mia mamma a sentire che le faccio queste domande ho paura che mi si preoccupa. allora, niente, ho deciso che era meglio chiamare il meccanico. ho preso su il telefono, ho chiamato, mi ha risposto dopo uno squillo. si vede che era vicino al telefono, il meccanico, anziché stare vicino alla mia moto da sistemare, che se stava sistemando la mia moto, ci metteva un po’ di più ad arrivare al telefono, secondo me. che avrei la mia moto a sistemare lì da lei già un po’ di tempo, saranno delle settimane ormai, mi sa che sarà anche più di un mese, così ad occhio e croce, vorrei sapere gentilmente a che punto è, la mia moto da sistemare.

guardi che veramente la sua moto me l’ha portata dieci giorni fa, lunedì scorso, mi ha detto al telefono il mio meccanico.

ah, dieci giorni, lunedì scorso, sembrava di più, fa niente, vorrei sapere a che punto siamo con le riparazioni dei danni subiti nell’incidente.

incidente? quale incidente? ma di che moto stiamo parlando?

della mia.

eh, allora, la sua moto ce l’ho qui da cambiare una membrana del carburatore, rettificare i pistoni, sostituire le cinghie della distribuzione, non ha mica fatto un incidente.

ecco, appunto, il carburatore, ora mi ricordo, il carburatore, le cinghie, sì, niente, volevo sapere, a che punto siamo?

eh, come le avevo detto, che devo aspettare che mi mandino i pezzi di ricambio, che li sto cercando, che la sua moto ormai i pezzi non si trovan più tanto facilmente, poi ora siam sotto natale, ho paura che ci vorrà ancora una settimana per trovarli, poi in due giorni li sostituisco.

ah, allora un’altra settimana.

eh, almeno una. e poi due giorni per sostituire i pezzi.

uh, allora ci risentiamo più in là.

sì, è meglio.

allora, niente incidente, insomma.

ma di quale incidente sta parlando?

e ho messo giù, che non volevo fare ulteriori brutte figure.

teatro eden. doveva essere al comunale, solo, il comunale lo stanno ristrutturando, lo fanno al teatro eden, lo spettacolo di cecilia, mi ha messo da parte un biglietto per la pomeridiana domenicale. sarebbe poi oggi, domenica, tra un’oretta prendo su, vado al teatro eden, vado a vedere questo spettacolo che ci lavora la mia vecchia amica cecilia che saranno tre o quattro anni che non ci vediamo. solo, questo fine settimana dovevo vedermi con la mia morosa, lei abita in un’altra città, dovevo andare a trovarla, l’ho chiamata due giorni fa per dirle che non se ne faceva niente, per questo fine settimana, per via del fatto che avevo promesso a questa amica mia cecilia di andare a vedere il suo spettacolo al teatro eden. non lo so se l’ha presa bene, se l’ha presa male, le parlavo al telefono, le stavo dicendo che per questo fine settimana non se ne faceva nulla, ha messo giù. sarà cascata la linea, ho pensato, ho rifatto il suo numero, dava occupato, starà provando a richiamarmi anche lei contemporaneamente, non riesco a prender la linea, ho pensato. ho aspettato un po’, non richiamava, ho riprovato poi ancora io, sempre occupato. avrà staccato il telefono, ho pensato, forse l’ha presa male, ho pensato. poi ho pensato ancora, secondo me il rapporto con la mia morosa, ho paura che siamo un po’ in crisi.

sono andato al teatro eden, mi è toccato prender l’autobus, che il teatro eden, casa mia è un po’ lontana, sono andato, tutto vestito bene elegante, che a teatro mi piace vestirmi elegante, con il completo frescolana scuro, la cravatta a righe per gli eventi mondani, che il completo frascolana scuro è sempre lo stesso, quello dei matrimoni, quello dei funerali, poi c’è la cravatta chiara per i matrimoni, la cravatta scura per i funerali, c’è anche la terza cravatta, quella a righe un po’ anni settanta, che era una cravatta del mio babbo, ora la uso io, la metto in occasione degli eventi mondani. mi son presentato alla biglietteria, un quarto d’ora prima che cominciava lo spettacolo, mi son fatto dare il biglietto che la signorina cecilia aveva messo da parte apposta per me. che quando ci si presenta alle biglietterie, si vanno a ritirare i biglietti omaggio, di solito si tratta degli accrediti stampa, i bigliettai ti guardano sempre un po’ male come si guarderebbe male un pezzente, però, quando il biglietto omaggio è stato messo da parte da una delle attrici, i bigliettai ti guardano un po’ più rispettosi, che essere amici degli attori deve essere una cosa che i bigliettai di teatro ritengono meritevole di un’ammirazione almeno minima. sono poi andato al mio posto numerato, in platea, son stato lì ad aspettare che si spegnevano le luci, che cominciava lo spettacolo.

che il gattopardo, io, il libro, ci ho provato tante volte a leggerlo, è un tale sfracellamento di maroni che non son mai riuscito a finirlo.

poi lo spettacolo, dopo due ore e mezza, finiva. che io non ne potevo più, il gattopardo, finalmente finiva, si riaccendevano le luci, uscivo dal teatro, accendevo il telefono cellulare e aspettavo in strada. dopo un po’ il cellulare si metteva a squillare, era cecilia. allora? ti è piaciuto?

mi è piaciuto tantissimo.

son contenta che ti è piaciuto.

adesso, cosa succede, vieni fuori dai camerini e ci vediamo?

eh, adesso, se aspetti venti minuti che mi levo il trucco, mi faccio una doccia e mi rivesto, andiamo a bere una cosa, poi se vuoi stasera ci hanno invitato a una festa, se vieni anche tu mi fa piacere.

mi fa piacere anche a me, allora ci vediamo qui davanti al teatro tra mezz’ora, che intanto vado al bar qui di fronte a bere un caffè.

ecco, facciamo così, tra mezz’ora.

poi andavo al bar a bere un caffè, aspettavo mezz’ora, poi tornavo davanti al teatro, cecilia usciva dal teatro, andavamo in una sala da tè a bere un tè, poi andavamo a cena in un ristorante che conoscevo io, poi raggiungevamo gli altri amici suoi, andavamo in macchina a questa festa in una villa appena fuori città, io alla festa, non so perché, bevevo tantissimo vino, mi ubriacavo, alla fine cecilia mi riaccompagnava a casa mia con la sua macchina, mentre eravamo in macchina che mi riaccompagnava mi veniva in mente un po’ in ritardo che dovevo diffonderle il verbo, a cecilia, cercavo di spiegarle la meditazione preventiva dalle ore ventuno alle ore ventidue, non si capiva niente di quello che dicevo biascicavo tutte le parole, cecilia guidava, ogni tanto si girava a guardarmi, mi diceva che non capiva nulla di quello che le stavo dicendo, che era un po’ ubriaca anche lei, ma meno di me, poi arrivavamo a casa mia, mi salutava e andava via prima che io riuscissi bene a farle capire la straordinaria importanza innovativa della meditazione preventiva.

io, secondo me, ne avrei anche un po’ piene le scatole di fare figure di merda.

un problema del vivere nelle case in affitto e che ogni tanto i contratti scadono, i proprietari non hanno voglia di rinnovarli, si presenta l’esigenza di trovare un altro posto dove andare ad abitare. son delle seccature non indifferenti.

allora, niente, uno cosa fa, prima si lascia prendere un po’ dallo sconforto, poi comincia il giro della agenzie immobiliari, due maroni, io non lo so, ho dovuto abitare in tre o quattro città diverse, negli ultimi anni, mi è capitato spesso di fare il giro delle agenzie immobiliari, ne ho girate tante, mai trovata una che aveva quello che cercavo. che io cercavo sempre un mini appartamento poco ammobiliato prezzo modico in città o zone limitrofe. niente da fare. mai. se ci capita qualcosa la richiamiamo. non mi ha mai richiamato nessuno. secondo me le agenzie immobiliari, ho questo sospetto, sono delle società di copertura, che coprono dei giri loschi, cosa ne so, magari riciclano il denaro sporco, come dicono sempre nei film polizieschi, non saprei. che tutte le volte che nella mia vita recente mi è capitato di entrare in un’agenzia immobiliare a domandare per un appartamento in affitto, mi sembrava sempre di fare delle domande inopportune. un paio di volte, quando me la passavo veramente male, che non guadagnavo neanche quei due soldi che mi servono per vivere, avevo fatto anche il giro delle agenzie di collocamento, quelle del lavoro temporaneo. entravo, andavo dritto dalla segretaria dell’agenzia di collocamento di quelle per il lavoro temporaneo, le dicevo: salve, sto cercando un lavoro. e la segretaria dell’agenzia, tutte le volte, mi guardava con stupore.

poi alla segretaria sempre più stupita dell’agenzia di collocamento le domandavo se c’era un lavoro part time da fare al pomeriggio, che al mattino lavoravo già per il giornale, guadagnavo poco, con la fotografia ancora non c’era verso di ingranare, cercavo un lavoro part time per il pomeriggio, la segretaria cominciava a trasecolare, come si suol dire, che sembrava che le stavo chiedendo delle cose che lei, nella sua vita, delle richieste così inopportune non gliele aveva mai fatte nessuno. poi si riprendeva un attimo dagli svenimenti provocati dalle mie richieste inopportune, la segretaria, mi diceva che al momento non avevano nessun lavoro part time da fare al pomeriggio, di compilare il modulo che poi mi richiamavano loro se capitava qualcosa che andava bene per me. compilavo il modulo, andavo via, aspettavo, passavano le settimane, non mi chiamava mai nessuno per il lavoro part time da fare al pomeriggio. secondo me, le agenzie immobiliari, le agenzie di collocamento nascondono delle attività illecite, delle magagne che cogli immobili, coi collocamenti non c’entrano una mazza, son tutti lì impegnati a tramare, a riciclare i denari sporchi, a organizzare le associazioni a delinquere, per forza poi non trovano il tempo di trovare i miniappartamenti e i lavori part time alla gente bisognosa.

non son capace. che ogni tanto mi capita che mi lascio prendere dallo sconforto, mi viene un po’ di depressione, mi entra nella testa un pensiero brutto che mi tormenta, non va più via, mi viene da pensare che questa cosa della meditazione preventiva dalle ore ventuno alle ore ventidue, io ho paura che non ne vengo mica fuori.

poi, le case, gli appartamenti, tutte le volte che mi è capitato di dover cambiare casa, non me le han mica trovate le agenzie immobiliari, tutte le volte, il posto dove andare ad abitare, lo trovavo per via di qualche botta di culo. che magari parlavo con il mio amico tizio, mi diceva lo sai che il mio amico caio sta cambiando casa, libera il suo appartamento. e io mi fiondavo a prendere il posto di caio, l’amico del mio amico tizio. sempre così. ora, mi tocca aspettare la prossima botta di culo.

certe volte mi verrebbe voglia di metter su una famiglia, tornare a casa la sera, poter dire cara sono a casa, ho fatto tardi che c’era traffico.

allora, la gente, quando ha per le mani un libro, di quelli che si comprano in libreria, con le pagine rilegate, la gente li legge, i libri, difficilmente si rende conto. che la gente legge le pagine una dietro l’altra, non ci pensa che quelle pagine per scriverle c’è voluto del tempo, che quello che ha scritto il libro, a scriverlo, ci ha messo del tempo, magari quel libro lo scriveva, poi per dei motivi suoi interrompeva la scrittura, poi magari dopo del tempo gli ritornava la voglia di scrivere, si rimetteva a scrivere. che uno che legge i libri, le pagine gli vanno via una dietro l’altra, non si rende conto, del tempo. e allora, io, oggi è domenica, è da domenica scorsa che non scrivo più niente. che non è che non scrivo soltanto, no, ho smesso di fare anche tutte le altre cose, tranne lavorare. che uno gli verrebbe da dire: eh, hai avuto una settimana pesante, da un punto di vista lavorativo. eh, pesante è stata pesante, dal punto di vista lavorativo, ma non è tanto il fatto che la settimana era pesante, che non ho scritto, no, è che ho avuto la febbre alta. che siccome avevo la febbre alta, allora non son riuscito a fare nulla, che di giorno andavo a lavorare con trentotto e mezzo di febbre, che al lavoro avevo delle cose importantissime che dovevo fare assolutamente, non si potevano rimandare, non poteva farle nessun’altro, non potevo stare a casa a curarmi, quando tornavo a casa la sera mi scaldavo un po’ di brodo, prendevo le tachipirine, tremavo dal freddo, andavo subito a mettermi sotto le coperte, cercavo di dormire. allora, niente meditazione preventiva dalle ore ventuno alle ore ventidue, niente rapporti con l’esterno, niente progressi con la scrittura. poi venerdì stavo un po’ meglio son partito col treno per andare a trovare la mia morosa, che abita in un’altra città, che noi venerdì festeggiavamo tre anni consecutivi di essere morosi io e lei, era un evento importante, considerando anche il fatto che io, la mia morosa, era più di un mese he non riuscivamo a vederci, per via di diversi motivi e complicazioni, sembrava quasi che questo nostro rapporto d’amore stava per rovinarsi irrimediabilmente per via della distanza per via del fatto che io ho sempre delle cose da fare, non riesco a dedicarle molto tempo, alla mia morosa. che son stato da lei, dalla mia morosa, sono arrivato lì che stavo un po’ meglio, la febbre era quasi passata, solo che il treno per andare da lei partiva in un orario che io, dal lavoro, sono andato direttamente in stazione, non avevo il tempo di passare da casa a lavarmi, cambiarmi i vestiti, ero reduce da diversi giorni di febbre alta, passare le notti a sudare sotto le coperte, a imbottirmi di medicine, sono arrivato lì che puzzavo come un licaone, che roba sia il licaone non lo so, forse è un animale, il licaone, non saprei dirlo con certezza, lo diceva sempre un mio amico degli scout: puzzi come un licaone, mi diceva, sono arrivato dalla mia morosa con la barba lunga, i capelli appiccicati sulla fronte, le borse sotto gli occhi, che puzzavo come un licaone, sono entrato in casa sua, lei voleva darmi un bacio, le ho detto: aspetta. ho messo giù la borsa, le ho dato il regalo che le avevo portato, sono andato a chiudermi nel suo bagno, mi son fatto una doccia di un’ora e mezzo. poi sono uscito dal bagno, coi vestiti puliti, avevo ancora le borse sotto gli occhi, ma per il resto sembravo quasi una persona normale. allora, l’ho trovata seduta sul letto, non aveva ancora aperto il regalo. non lo apri? le ho detto, aspettavo te, ha detto lei, poi lo ha aperto. eh, una pentola, mi hai regalato. che io le ho regalato una pentola, va bene, ma mica una pentola qualsiasi, una pentola cinese grande di ghisa fatta apposta per cucinare delle cose buonissime cinesi costa un sacco di soldi, quella pentola lì. eh, non ti piace? le ho chiesto io. sì, come no. ecco il tuo regalo. me lo dà, lo apro, un cipollone. di quelli delle ferrovie dello stato, che il suo papà è ferroviere, i ferrovieri hanno tutti in dotazione questo orologio, un cipollone molto bello di fabbricazione svizzera, solo, io, gli orologi non li ho mai usati, che gli orologi mi han sempre dato fastidio, che a me, di vivere costantemente ossessionato dagli orari, non è che mi sia mai interessato più di tanto non son mica un ferroviere rispondevo sempre a quelli che mi chiedevano che ore sono. allora, niente, non sarò un ferroviere, ora però il cipollone dei ferrovieri ce l’ho, sono apposto. che poi, il cipollone, non va mica  a batteria, no, troppo comodo, bisogna dargli la carica a molla. che abbiamo abbondantemente passato il duemila, siamo nell’era tecnologica dei computer palmari da taschino che si connettono alla rete internet mondiale, io adesso giro col cipollone delle ferrovie dello stato che bisogna ricordarsi di dargli la carica a molla una volta al giorno. bene.

uh, mi hai regalato un orologio, le ho detto, alla mia morosa. eh, non ti piace? mi ha chesto lei. sì, come no, le ho detto io. allora son rimasto lì con lei due giorni, siamo andati in giro, abbiam fatto le cene romantiche, oggi son tornato a casa mia, nel frattempo son completamente guarito. completamente magari no, ho ancora un po’ di raffreddore, fa niente, allora son tornato a casa, ho messo una pizza surgelata in forno, ho mangiato di corsa, che poi avevo assoluta necessità di chiudermi nelle mie stanze, che mentre ero via, magari diventavano di più, le mie stanze, cosa ne sai, le concessioni edilizie, i condoni, niente, sempre una stanza sola, avevo bisogno di chiudermi nelle mie stanze. che per la maditazione preventiva dalle ore ventuno alle ore ventidue, niente da fare, che era troppo tardi, però potevo scrivere, che era una settimana che non scrivevo, che io quando son malato, che ho la febbre alta, che non riesco a fare nulla, mi viene lo sconforto, mentre son malato mi sembra sempre che la malattia non finisce mai, mi sembra sempre che è meglio che mi abituo a stare male, che ho sempre l’impressione, quando ho la febbre alta, che la febbre durerà per il resto della mia vita, che nulla tornerà mai come prima, poi invece la febbre alla fine se ne va, a me mi entra dentro una gioia, al posto della febbre, mi viene una gran voglia di recuperare tutti i giorni che ho perso a sudare sotto le coperte.

aver la morosa che abita lontano comporta dei problemi non indifferenti. per dire, ogni volta che ci vediamo, io e lei, ci piace andare a piedi a far dei giri, di solito finisce che, a girare, ad un certo punto entriamo in una libreria. poi, siccome a tutti e due ci piace uno scrittore, questo scrittore è uno molto prolifico, scrive due o tre libri all’anno, ogni volta che io e la mia morosa entriamo in una libreria, giriamo un po’ tra gli scaffali, ad un certo punto, o io o lei: guarda qua, ne ha scritto un altro. e sullo scaffale, eccolo lì il libro nuovo dello scrittore molto prolifico che ci piace a tutti e due. e allora, se fossimo una di quelle coppie normali, che vivono nella stessa città, cosa vuoi fare, compri il libro, poi al limite bisogna litigare quei due minuti per decidere chi lo legge per primo. e invece, a viver lontani, siamo lì nella libreria insieme, ci guardiamo, guardiamo il libro, ci guardiamo di nuovo, ci tocca comprare due libri uguali, uno a testa. prima o poi devo scrivergli, a questo scrittore prolifico, che io e la mia morosa, anziché comprare un libro solo da leggere in due, come le persone normali, ogni volta ci tocca di comprarne due uguali, di libri, dev’essere contento questo scrittore, allora io uno di questi giorni gli scrivo, gli spiego la situazione, magari c’è il caso che mi telefona, per ringraziarci magari invita me e la mia morosa ad uscire, ci vediamo da qualche parte, ci offre un caffè, magari. secondo me è il minimo.

magari mi sbaglio, forse è solo un’impressione, non lo so, io penso che forse, con la mia morosa, le cose non vanno poi tanto male, a parte i regali che ci facciamo.

questa cosa del regalo che mi ha fatto la morosa, il cipollone, è un problema. che il cipollone è una roba un po’ all’antica, io sono un ragazzo moderno, le cose all’antica io ho dei problemi, faccio una fatica, c’è da dargli la carica una volta al giorno. allora, io, ormai son passati alcuni giorni da quando la mia morosa mi ha fatto il regalo, il cipollone, non ne posso già più. questo fatto che ogni giorno, a una certa ora, io mi devo ricordare che devo dar la carica al cipollone. che all’inizio, la mia morosa me l’ha regalato, venerdì sera, quando sono arrivato a casa della mia morosa sporco sudato puzzolente, mi son fatto la doccia di un’ora, quando sono uscito dal bagno, lei mi ha dato il regalo, fatalità, erano le ore ventuno, la prima carica al cipollone gliel’ho data alle ore ventuno. e allora, questa cosa, io all’inizio ho pensato: che culo, due piccioni con una fava, che da adesso in poi, tutte le sere alle ventuno, mi devo ricordare di dar la carica al cipollone, questa cosa mi aiuterà nella mia missione della meditazione preventiva dalle ore ventuno alle ore ventidue, che io son lì, devo dar la carica all’orologio, guardo che ore sono, sono le ore ventuno, immediatamente mi viene in mente che alle ore ventuno io devo fare la mia oretta di meditazione preventiva dalle ore ventuno alle ore ventidue, non rischio più di fare tardi, è una cosa bellissima. adesso, da venerdì, oggi siamo a mercoledì, sabato e domenica non contano, che ero lì con la mia morosa, non potevo mica farla, la mia oretta di meditazione preventiva dalle ore ventuno alle ore ventidue, allora, lunedì sera mi son dimenticato, di dar la carica al cipollone, mi è venuto in mente un po’ più tardi, verso l’una e mezzo del mattino, sono andato a vedere, le lancette del cipollone eran ferme alle ventitrè e quarantasette, mi ero dimenticato anche di dedicarmi alla meditazione preventiva dalle ore ventuno alle ore ventidue, che ero lì a scrivere, mi son lasciato prendere dalla scrittura, mi son dimenticato della meditazione preventiva, mi son dimenticato anche di dar la carica al cipollone, mi son ricordato poi dopo. martedì, mi son ricordato della meditazione preventiva, ho meditato, è andata anche bene, una meditazione di quelle fatte bene, anche meditando delle cose interessanti, che secondo me in futuro, questa meditazione preventiva di martedì sera, mi tornerà utile, solo, mi son dimenticato un’altra volta del cipollone, mi son ricordato poi dopo, le lancette andavano ancora, gli ho dato la carica. adesso siamo a mercoledì sera, la meditazione, la carica del cipollone, mi son ricordato tutto quanto, mi son dimenticato di portar fuori la spazzatura, ora che ci penso, che stavolta toccava a me, l’altra volta l’ha portata fuori il mio coinquilino di belluno, che poverino lo tratto sempre male, quando si dimentica di portare fuori il sacco della spazzatura, stavolta mi son dimenticato io, che figura di merda, col mio coinquilino, fa niente, la porterò fuori domani, però intanto son contento che mi son ricordato della meditazione preventiva, di caricare il cipollone all’ora giusta, secondo me ci sarebbe anche da festeggiare, solo, son da solo, con chi vuoi che festeggio, non posso neanche festeggiare col coinquilino di belluno, che se vado di là da lui a festeggiare adesso, mi vergogno, che è anche tardi, e poi ci faccio anche una gran brutta figura, che non ho portato fuori il sacco della spazzatura, che passano durante la notte, a ritirare la spazzatura, quelli della nettezza urbana, ormai è andata, fuori fa anche freddo, col culo che esco di casa ora per portare fuori la spazzatura, magari il mio coinquilino si è accorto che mi son dimenticato, magari l’ha portata fuori lui, adesso se esco dalle mie stanze, che è sempre una, la mia stanza, se esco ora mi vede, mi fa pesare questo fatto che l’ha dovuta portar fuori lui, la spazzatura, che toccava a me, meglio che me ne resto qui, a festeggiare da solo le mie due vittorie, i miei piccioni con le fave queste cose qui.

io, le cose che scrivo, farle leggere in giro agli amici, faccio una gran fatica.

che la sera, delle volte, dopo che ho fatto la mia oretta di meditazione preventiva dalle ore ventuno alle ore ventidue, magari ci son delle volte, mi viene voglia di uscir di casa, di veder qualcuno, far due chiacchiere, giusto per non star sempre tutta la sera a casa da solo a non fare un cazzo. a me mi viene anche voglia, di uscire, solo, alle ventidue passate, nei giorni infrasettimanali, chi vuoi chiamare, non esce nessuno di casa dopo le ventidue nei giorni infrasettimanali solo per fare due chiacchiere, allora, delle volte, accendo il computer, mi collego a internet, mi metto a ciattare. che ciattare è una cosa moderna, è una cosa che fino a qualche anno fa non esisteva, ciattare vuol dire che te vai su internet, ci son dei siti, dei programmi, che se te vuoi comunichi con dell’altra gente che stanno anche loro su internet. che è un po’ come telefonare, solo, è un po’ diverso. che uno quando telefona, una persona normale, di solito le telefonate si dividono in tre categorie, quelle che te chiami uno che conosci perché gli devi dire qualcosa, quelle che te chiami qualcuno che conosci solo per il gusto di sentir la sua voce, anche se non hai niente di particolare da dirgli, quelle che te chiami uno che non conosci perché hai qualcosa da dirgli, faccio un esempio, quando uno fa il numero di una pizzeria a caso sull’elenco telefonico per ordinare delle pizze, sta telefonando a uno che non conosce, però ha un buon motivo per chiamarlo, che gli deve ordinare una pizza alle verdure e due margherite. la ciat, su internet, è un po’ come telefonare, solo, ci son delle differenze. una, importante, è che te non parli, come al telefono, scrivi. un’altra, e che di solito, in ciat, comunichi con degli sconosciuti, che se poi ci ciatti più di una volta, che ti capita di incontrare sempre le stesse persone, in ciat, magari poi approfondisci un po’ il rapporto, si diventa quasi amici, dopo un po’ di tempo, in ciat. allora, niente, io ciattare, ho avuto dei periodi che ciattavo molto, che mi era venuto il vizio, andavo su internet a ciattare molto spesso, che a me, questa cosa di fare amicizia comunicando in tempo reale attraverso la scrittura, mi stimolava molto. poi, col tempo, mi sono anche un po’ rotto le balle, di queste amicizie della ciat, ora ciatto molto raramente. solo, c’è una ragazza, sta in sicilia, abita a messina, le volte che vado su internet a ciattare, la incontro tutte le volte, è una di quelle che abbiamo approfondito un pochino il rapporto, che abbiam ciattato tante volte, si può dire che siamo quasi amici, credo, non lo so, se si può dire. allora, questa ragazza, che non so bene come si chiama, che lei nella ciat ha un soprannome, una volta mi ha detto come si chiamava, poi io mi son dimenticato, mi sembrava brutto chiederle di nuovo il nome, dopo tutte le volte che abbiam ciattato, allora, non so proprio come si chiama, questa ragazza, solo, è simpatica, ci passo delle belle mezz’ore, ciattare con lei. un po’ di tempo fa, stavam ciattando, le ho detto che la sera prima ero stato a un concerto. eh, che tristezza, mi ha scritto lei, in ciat. come, che tristezza, le ho scritto io, eh, i concerti, che tristezza, andare in discoteca è molto più bello, mi ha scritto lei. fai te, le ho scritto io, a me piace da matti, che una volta suonavo in un gruppo, mi piace la musica suonata dal vivo, mi piace andare a sentire i concerti. ah, suonavi, e che musica suonavi? eh, facevamo musica ska. ah, e cosa sarebbe lo ska? uh, le ho scritto io, lo ska è una musica di origini giamaicane, forse non la conosci, è una musica molto diffusa, sai cosa, le ho scritto, in sicilia, io son siciliano anche io, di origini, non so perché, ma tutti i siciliani che ho conosciuto che abitano in sicilia, non hanno un gran cultura musicale, si vede che sarà colpa del mare, che la sicilia è un’isola, magari la musica fa più fatica ad arrivare, in sicilia, in compenso, tutti i siciliani che ho conosciuto che abitano in sicilia, son tutti dei gran lettori di libri, leggono moltissimo. ah, sì, infatti mi piace molto leggere. eh, vedi? e cosa leggi? mah, mi piacciono molto i libri dei comici, mi ha detto lei. i libri dei comici? eggià, mi piace soprattutto, non so se lo conosci, il libro di luciana littizzetto, che si intitola ti amo bastardo, è proprio molto bello. ah, le ho detto io, interessanti, queste letture. allora, non so come mai, mi è uscito spontaneo dal cuore, non lo so, mi è venuto da dirle che scrivevo pure io, delle cose. ma dai, e cosa scrivi? mah, scrivo dei racconti, dei libri. ma non mi dire, e perché non mi mandi qualcosa da leggere? e io, non lo so mica come mai, questa cosa che lei legge i libri dei comici, che la sua scrittrice preferita è luciana littizzetto, non so come mai nel giro di una settimana, abbiam ciattato altre tre volte, io tutte e tre le volte le ho spedito con la posta elettronica delle cose che ho scritto io, dei racconti che avevo partecipato a dei concorsi, tipo quello della multiculturalità, i racconti che poi han vinto che li hanno pubblicati nelle raccolte, le ho ho spedito questi racconti per posta elettronica, poi lei li leggeva, la volta dopo che ci incontravamo di nuovo in ciat, eh, ma che belli che sono i tuoi racconti, eh, come scrivi bene, solo, secondo me non sei mica normale, scrivere le cose che scrivi, sai che ho letto un altro libro bellissimo, questa settimana? ma dai, e che libro hai letto? mah, sai quel comico che fa natalino balasso allo zelig? allora, mi son deciso, ieri sera per posta elettronica le ho mandato da leggere questo libro che sto scrivendo ora, che non è ancora finito, che devo ancora correggerlo, che è ancora tutto da sistemare, mancano dei pezzi, io non so cosa mi ha preso, ieri sera, dopo che mi ha detto che aveva letto un libro bellissimo scritto dall’attore che fa natalino balasso allo zelig, io ho deciso che questa mia amica della ciat che vive in sicilia nella città di messina è diventata la mia lettrice preferita, io che di solito prima di far leggere le cose che scrivo a qualcuno dei miei amici, piuttosto mi farei prendere a calci, che dare le mie cose da leggere agli amici, mi sembra sempre di disturbarli, gli amici, mi sembra sempre di spaccargli i maroni, ai miei amici, fargli leggere le cose che scrivo, che se posso, evito volentieri, a questa mia amica della ciat che abita in sicilia a messina che nella vita lei legge i libri dei comici, le piacciono moltissimo, io le ho mandato da leggere un libro che ho scritto io, che secondo me non sta neanche in piedi, questo libro che sto scrivendo, io mi sono anche accorto che ci tengo moltissimo, avere il giudizio di questa mia amica siciliana, non vedo l’ora che lo legge, mi dice cosa ne pensa.

la mia amica della ciat che abita in sicilia, a messina, quelle tre volte che le ho mandato le cose da leggere, prima di mandarle il libro, io le ho mandato prima due racconti. poi, la terza volta, le ho mandato una poesia. che io le poesie le scrivevo ai tempi del liceo, ero giovane, mi sembrava di essere un uomo d’altri tempi, a scrivere le poesie, mi sembrava di essere pervaso da un romanticismo proprio di una stirpe del genere umano in via di estinzione. poi, un bel giorno, mi sono accorto che le poesie che scrivevo erano delle merde, ho smesso immediatamente, di scriver delle poesie. solo, poi, alcuni mesi fa, ho trovato su internet un bando, di un concorso organizzato da della gente di piombino, che son simpatici, questi qui di piombino, che li conosco perché l’anno scorso han fatto un altro concorso letterario, bisognava scrivere un racconto, avevo partecipato, adesso, star qui a dire se avevo vinto, se mi avevan pubblicato anche quel concorso dell’anno scorso, che poi sembra che sto qui a vantarmi, delle mie pubblicazioni, non ho voglia di star qui a raccontare se avevo vinto oppure no anche quel concorso dell’anno scorso, ho vinto, mi han pubblicato, un po’ mi vanto, allora niente, ho trovato un bando di concorso di questa gente simpatica di piombino, bisognava scrivere una poesia sull’amore. che io, una di quelle cose che le sopporto a fatica, son le poesie sull’amore, mi fan venire i dolori di pancia, non mi andava tanto di partecipare a questo concorso che bisognava scrivere le poesie sull’amore. poi, cosa vuoi, mi son lasciato prendere dall’entusiasmo, l’ho poi scritta, la poesia sull’amore, gliel’ho anche mandata, al concorso, sono poi arrivato nono, che ne avevano selezionati settanta su quattrocento partecipanti che avevan scritto e mandato le loro poesie sull’amore, mi ricordo, ce n’era persino uno che l’aveva scritta in latino, la poesia sull’amore, aveva partecipato della gente che si vedeva, a leggere le cose che avevan scritto, la metrica corretta, che loro, la poesia, come forma di espressione artistica, era una cosa che la prendevano in grande considerazione. io la mia poesia sull’amore l’ho scritta in dieci minuti, non c’era neanche una rima, figuriamoci la metrica, ho avuto anche il coraggio di mandarla, ai piombinesi, sono arrivato nono su settanta, al concorso, me l’han pubblicata. pensa te.

tentazioni.

amore, a dormire insieme ad agosto, mi scaldi da matti il cuscino

io lo volevo comprare

il letto a una piazza e mezzo

ma ho finito i soldi, se ne parla poi ad ottobre, del materasso nuovo

ora qui si sta stretti, tu dormi lo stesso, chissà come fai

io sudo, ormai son quasi le quattro, non ci riesco a prendere sonno

amore, io ti voglio un mare di bene, ma mi scaldi da matti il cuscino

la tentazione di mollarti qui

e mettermi a dormire per terra

mi tenta assai, che te dormi come un ghiro, se faccio piano

forse ce la faccio a tirarmi su senza svegliarti

poi magari prendo un cuscino dal divano, mi addormento sul tappeto

qui vicino a te, e poi ne riparliamo domani con calma

amore, tra cinque minuti saranno le cinque del mattino

e anche se è agosto, fra tre ore vado a lavorare

mentre tu resti qui a dormire fino a tardi, che sei già in vacanza

amore, tu stanotte stai dormendo un po’ troppo, lasciatelo dire

per essere una che fra tre ore non avrà niente da fare

io quasi quasi mi alzo, vado a farmi una doccia e un caffè

oggi mi son tagliato i capelli. ma mica solo col rasoio elettrico, che a tagliarmi i capelli col rasoio elettrico i capelli rimangono. cortissimi, ma rimangono, che a passare la mano sul cranio, li sento ancora, che ci sono. no, li ho tagliati prima col rasoio elettrico, poi o preso il rasoio quello con la lametta, ho preso la schiuma da barba, mi sono tagliato i capelli del tutto, quando ho finito, i capelli non c’erano più. liscio, a toccare il cranio, pelle liscia al tatto lì dove di solito non è liscio, dove di solito ci sono i capelli. che poi è una sensazione che dura poco, al massimo un giorno, che già il giorno dopo che ho tagliato i capelli con la lametta e la schiuma da barba, già dopo un giorno i capelli son già ricresciuti. mica di tanto, solo una frazione di millimetro, rispuntano fuori insomma, quanto basta perché poi è ruvido, il cranio, a tastarlo.

allora, ci son delle sere, io non lo so, che mi verrebbe da chiedermi cosa ci sto a fare, io, qui. che delle volte mi sembra che non faccio altro che pensare a lavorare, delle volte non ne posso più.

il cipollone, son passate due settimane, da quando me l’ha regalato la mia morosa, mi sono accorto, il cipollone, va avanti di due minuti al giorno. ci ho fatto caso tre giorni fa, che avevo un appuntamento con un signore, sarebbe poi un mio cliente, che gli ho fatto delle foto per un lavoro, avevo appuntamento alle quattro del pomeriggio, io mi son fidato del cipollone, sono andato dal mio cliente, alle quattro meno cinque, sono andato nel palazzo dove c’è l’ufficio del mio cliente, son passato dalla segretaria, puntuale come sempre: ho un appuntamento per le quattro, le ho detto, alla segretaria. eh, allora deve attendere, mi ha detto la segretaria, si accomodi in sala d’attesa. e mi ha fatto accomodare in sala d’attesa. che io pensavo, guarda te, che cliente cafone, che mi son trovato, mi dà gli appuntamenti, io arrivo puntuale, poi mi fa attendere in sala d’attesa. poi, stavo lì, in sala d’attesa, passavano dieci minuti, passava un quarto d’ora, passavano venti minuti, ne passavano venticinque, guardavo il cipollone, lo tiravo fuori dalla tasca, le quattro e venti passate, mi giravano anche un po’ i maroni, aspettavo, poi mi chiamava la segretaria, che si affacciava alla porta della sala d’attesa: prego, vada pure in ufficio, mi diceva la segretaria. io mi alzavo, entravo nell’ufficio del mio cliente: ciao, gli dicevo, che con questo cliente ci lavoro da tanto, ci diamo del tu, abbiamo un buon rapporto. eilà. mi diceva lui, tutto bene? eh, insomma, mi hai fatto aspettare mezz’ora, mi sono un po’ rotto le balle, aspettare mezz’ora. come mezz’ora, mi ha detto il mio cliente, ma non avevamo appuntamento alle quattro, io e te? ecco, appunto, alle quattro, son le quattro e mezza, gli ho detto io, e ho tirato fuori il cipollone, le quattro e trentatré minuti, diceva il mio cipollone. ma se sono le quattro e sei minuti, guarda lì. e ha indicato la parete, c’erano quattro orologi, appesi, fuso orario locale, fuso orario di new york, fuso orario di hong kong, fuso orario di melbourne, fuso orario locale: sedici e zerosei. ah. sicuro che vanno bene, quegli orologi lì? gli ho chiesto al mio cliente. sicurissimo, mi ha detto lui. ah, gli ho detto io, andiamo bene, con questo cipollone. proprio una bella figura di merda, col mio cliente.

poi, quella sera lì son tornato a casa, sono andato a guardare, che mi ricordavo che la mia morosa, il cipollone, me l’ha regalato che stava dentro una scatolina, il cipollone, sono andato a cercar la scatolina l’ho trovata quasi subito. l’ho aperta, c’era dentro un bigliettino fatto di carta telata pergamenata, certifichiamo che questo orologio è stato completamente fabbricato nei nostri stabilimenti con materiale di qualità superiore secondo i procedimenti più moderni e utilizzando una manodopera altamente qualificata. lo garantiamo esente da ogni difetto di fabbricazione. eh, esente da ogni difetto, questo paio di fave. ho girato il biglietto, c’era il timbro del negozio dove la mia morosa ha comprato l’orologio, nel timbro, c’era anche il numero di telefono, ho chiamato, che non potevo mica andar lì, che la mia morosa abita in un’altra città, non avevo mica tanta voglia di aspettare la prossima volta che vado a trovare la mia morosa, che chissà quando ci torno, a trovarla, facevo prima a chiamare per telefono. il negozio, ho chiamato: buonasera, senta, la mia morosa mi ha regalato un orologio, un cipollone, con la carica a molla, l’ha comprato lì da voi, nella scatola c’era un biglietto, c’è scritto che è garantito da ogni difetto di fabbricazione. sì, mi ha detto quello che c’era dall’altra parte del telefono, e allora? e allora, gli ho detto io, ho fatto un calcolo, in due settimane mi è andato avanti di mezz’ora. ah, mi ha detto quello che c’era dall’altra parte del telefono, ma lei gli dà la carica regolarmente, all’orologio? eh, ogni ventiquattrore, gli do la carica. ah, e la notte, come lo tiene, orizzontale o verticale? eh, non lo so, come lo tengo, lo lascio nella tasca dei pantaloni, la sera, andare a dormire, mi levo i pantaloni, dipende come vanno a finire i pantaloni, per terra, su una sedia, non lo so se il cipollone passa le notti in piedi o sdraiato. e mi dica, la carica, gliela da la sera o la mattina? gliela do la sera, alle ore ventuno precise, appena prima di cominciare la mia oretta di meditazione preventiva. meditazione preventiva? sì, no, niente, dicevo così, mi è scappato, non c’entra niente adesso, la meditazione preventiva, lasci stare, non ci faccia caso, comunque, la carica, gliela do la sera, alle ore ventuno, tutte le sere, e in due settimane, mezz’ora, dice che è una cosa grave? eh, se gliela dà la sera, la carica, non va mica bene, si abitui a dargliela la mattina, la carica. e la notte, cerchi di lasciarlo in verticale l’orologio, poi mi richiami tra una settimana, mi dice come vanno le cose, se è andato avanti ancora. eh, va bene, e ho messo giù. che ho messo giù il telefono, mi son sentito un po’ preso per il culo, che una cosa che mi da fastidio, nella vita, aver la sensazione che mi han preso per il culo, mi son messo lì a pensare, cosa vuoi che gli cambi, al cipollone, se lo carico al mattino o alla sera, cosa vuoi che ne sappia il mio cipollone se è sera o se è mattina, poi, figurati cosa vuoi che cambi se lo tengo in piedi o sdraiato, di notte, è un orologio, cosa vuoi che gliene freghi a un cipollone di stare in piedi o di star sdraiato, secondo me mi ha preso per il culo, l’orologiaio. allora, niente, son passati tre giorni, ci son stato attento, l’ho caricato al mattino, il cipollone, la sera andavo a letto, lo mettevo in piedi il cipollone, che sembra che i cipolloni son come i cavalli, dormono in piedi, l’ho lasciato in piedi, son tre giorni che gli sto dietro, al cipollone, che lo marco stretto, per usare un termine calcistico, che faccio i confronti con gli altri orologi che ho in giro per casa, lo tengo d’occhio, come si dice, in tre giorni, non ha ancora sgarrato di un secondo.

son tornato in ciat un paio di volte, quella mia amica lì della sicilia, che abita a messina, che le ho mandato il libro da leggere per posta elettronica, non l’ho mica più incontrata, su internet, è sparita.

la moto, mi ha telefonato il mio meccanico, dice che i pezzi non riesce a trovarli, ci son poche speranze, ci vogliono ancora un po’ di giorni, ci vuol della pazienza, io non so più come fare.

aver la moto dal meccanico, ci son degli inconvenienti da non sotto valutare. mi ha chiamato una mia amica, una che ogni tanto lavoriamo insieme, che lei fa la grafica pubblicitaria, ogni tanto le do delle mie foto da sistemare al computer, che ne ho già parlato prima, di questa mia amica, è quella del corso di eniologia, si chiama eva, questa mia amica che delle volte lavoriamo insieme, mi ha chiamato al telefono, eva, stasera c’è un bel concerto da andare a sentire, mi ha detto, se avevo voglia di andarci anche io, a questo concerto. ma dove lo fanno? le ho chiesto io. eh, in un paese a trenta chilometri da qui, alla casa del popolo. uh, le ho detto io, venire al concerto, ci vengo volentieri, solo, non ho un mezzo di trasporto, son senza moto, che sta dal meccanico. non ci son problemi, vieni in macchina con me e col mio moroso, passiamo a prenderti stasera alle nove un quarto. poi, la sera, alle nove e un quarto, è poi venuta a prendermi, la mia amica eva col suo moroso matteo, in macchina. mi son messo sul sedile di dietro, siam partiti. allora, niente, tanto per cominciare, la musica nell’autoradio, ligabue. ti piace il liga? mi ha chiesto matteo, il moroso della mia amica eva, che guidava lui, la macchina era la sua, anche l’autoradio, anche la cassetta di ligabue, dentro l’autoradio. uh, cavoli se mi piace, il liga, mi piace molto. che io sono una persona molto educata, che se mi danno un passaggio in macchina, che mi fanno questa cortesia di portarmi in giro, io non ce la faccio ad essere poco cortese, non glielo potevo mica dire che per quanto mi riguarda, da un punto di vista strettamente musicale, secondo me ligabue è paragonabile a una merda. e allora, niente, cosa vuoi fare, gli ho detto che ligabue mi piace. molto, gli ho detto che mi piace. pensa te, le robe che bisogna dire quando la moto sta dal meccanico. poi, dovevamo andare in questo posto, a quaranta chilometri, alla casa del popolo, non sapevamo come ci si arrivava, allora eva ha tirato fuori una cartina, che eva è una ragazza previdente, era andata su internet a cercare la strada per arrivare a questa casa del popolo, si era stampata la cartina con la strada per arrivarci, mentre matteo guidava, eravamo sulla strada provinciale, eva gli diceva che doveva girare, vai di qui, gli diceva, entra in questa strada a sinistra, ora vai dritto, adesso gira a destra che ci siam quasi, vai dritto ancora un po’, ora gira ancora a sinistra. ad un certo punto, ci ritrovavamo sulla provinciale. allora matteo le diceva, sei sicura? eh, mi sa che ho sbagliato, diceva eva, prova ad andare dritto per di là, poi gira a sinistra. andavamo avanti ancora un po’, con eva che guardava la cartina, continuavamo a girare, ad un certo punto ci ritrovavamo ancora sulla provinciale, e a me scappava anche un po’ da ridere, non dicevo niente, stavo seduto sul sedile di dietro, non dicevo niente. allora matte ad un certo punto si arrabbiava, si fermava, le diceva adesso mi dai la cartina, ci guardo io. guardava, stava lì un po’ a guardarsi intorno, ripartiva con la macchina, giravamo un po’, non c’era mica verso di trovarla, questa casa del popolo, io guardavo l’orologio, stavamo girando da mezz’ora, matteo e eva si son messi a litigare, che matteo diceva cosa mi porti a fare sempre in questi posti che non sai dove sono, facevo meglio stare a casa e eva gli diceva guarda che non ti ho mica costretto a venire, sei sempre il solito. e io cominciavo anche scassarmi le balle, seduto sul sedile di dietro, che matteo ha una macchina sportiva, il sedile di dietro è tutto stretto concentrato, non c’è posto per le gambe, non sapevo più come mettermi, che stavo scomodo, ad un certo punto, non ne potevo più, ho detto: eh, magari proviamo a chiedere a qualcuno. che matteo si è girato, mi ha fulminato con lo sguardo, poi è andato avanti ancora un po’, si è fermato a chiedere a dei ragazzi che eran lì a chiacchierare sulla strada seduti su dei motorini, ha tirato giù il finestrino, ha chiesto dove stava la casa del popolo, giri l’angolo, sei arrivato, gli han detto i ragazzi. ha chiuso il finestrino, è ripartito, ha girato l’angolo, abbiam trovato la casa del popolo. hai visto che era qui? gli ha detto eva. e poi non si son più parlati per tutta la sera. io, andare in giro in macchina coi miei amici, è meglio che smetto, è meglio che trovo delle soluzioni alternative per i miei spostamenti senza la moto.

ci son delle sere, tornare a casa, piuttosto che tornare a casa io mi butterei giù da un ponte. che un ponte, qui vicino a casa mia ci sarebbe anche, solo è un ponte che a guardarlo non gli daresti due lire, che è un ponte piccino, ti sporgi, sotto al ponte scorre un torrente, è subito lì sotto a neanche due metri questo torrente, che a guardarlo non gli daresti due lire, sarà profondo neanche mezzo metro, per buttarsi di sotto non va mica bene, che buttarsi da un ponte così, non muori, non ti fai male neanche a volerlo, al massimo ti bagni i vestiti, poi ti tocca tornare a casa zuppo, più incazzato di prima. e allora, capitano queste sere che piuttosto che tornare a casa io mi butterei giù da un ponte, in mancanza del ponte io ho imparato che una buona soluzione è fermarmi a bere dei prosecchi al bar. che da queste parti dove vivo io c’è la cultura del prosecco, la gente prima di tornare a casa, non ha voglia di tornare a casa, piuttosto che tornare a casa si butterebbe giù da un ponte, la gente, il ponte che c’è qui è una roba che non gli daresti nemmeno due lire, la gente nel corso degli ultimi secoli ha imparato che l’unica soluzione sensata era fermarsi al bar, hanno inventato il prosecco. allora, niente, andare al bar, ce n’è uno qui vicino che ci passo quando torno a casa la sera, lo frequentano solo dei vecchi, vuol dire che te vai, entri, vai dritto al bancone, ti siedi su uno sgabello, il barista automaticamente prende su un bicchiere dalla mensola, te lo mette sul bancone davanti al naso, ci versa dentro del prosecco. te prendi su il prosecco, ti guardi intorno, c’è pieno di vecchi che bevono il prosecco anche loro, dici ad alta voce: salute a tutti. loro ti rispondono anche loro: salute! poi bevi. che a guardare questi vecchi, che son lì a bere il prosecco anche loro, ti vengono tutti i pensieri. il primo pensiero che ti viene, ti senti vecchio anche te. non importa che non hai nemmeno trent’anni, a bere il prosecco tra i vecchi del bar ti senti vecchio anche te, ti viene dentro un peso degli anni, ti senti pieno di esperienza, anche un po’ consumato dalla vita. poi finisci il bicchiere di prosecco, il barista automaticamente, non ti chiede niente, te ne versa subito un altro, di prosecco. che al secondo prosecco, non c’è nemmeno più bisogno di dire: salute! che l’hai già detto prima, vale ancora quello di prima, ti guardi intorno, ti viene il secondo pensiero, ti senti  meglio di loro. che loro ormai son vecchi, han consumato la loro vita a bere i prosecchi al bar, te invece sei lì, non hai nemmeno trent’anni, ti senti che hai tutta la vita davanti, che stasera sei capitato a bere i prosecchi al bar, che piuttosto che tornare a casa ti buttavi giù dal ponte, ti sei fermato al bar, ma domani mica ti ci fermi, al bar a bere i prosecchi, col culo che ti fermi a bere i prosecchi, che poi ti ritrovi circondato dai vecchi. domani appena finisci di lavorare ti trovi qualcosa da fare, un appuntamento, un hobbie, come si dice, ti trovi un’attività interessante da portare avanti, una cosa che tutte le sere sai che devi farla, ad una certa ora, magari, che sai che a quell’ora hai una cosa importantissima da fare, non si sgarra, una cosa mica per forza un’attività fisica, anche una cosa mentale che va benissimo. io, per dire, ultimamente, mi è venuta questa grande idea, io tutte le sere, dalle ore ventuno alle ore ventidue, meditazione preventiva.

che la meditazione preventiva dalle ore ventuno alle ore ventidue, è un po’ che non ne parlavo più, il fatto è che io in questi ultimi giorni arrivavo la sera, che finivo di lavorare, piuttosto che tornare a casa mi veniva voglia di buttarmi giù dal ponte, andava a finire che andavo al bar a bere dei prosecchi coi vecchi, io la meditazione preventiva ultimamente l’ho un po’ trascurata, mi son reso conto, che mi son dedicato ai piaceri effimeri dell’alcool, come si dice, ho fatto una vita un po’ da boemien, come si dice.

oh, la tipa siciliana, quella della ciat, che le avevo mandato da leggere il libro, quella che le piacciono i libri dei comici, che il suo libro preferito l’ha scritto luciana littizzetto, è sparita dalla ciat, non si è più fatta sentire, non lo so mica se l’ha poi letto, il mio libro che le avevo mandato in posta elettronica, sono un po’ preoccupato.

che poi, mi verrebbe da chiedermi, ma questo progetto della meditazione preventiva dalle ore ventuno alle ore ventidue, che dicevo che da solo non ce la facevo, che era giunto il momento di uscire allo scoperto, di cercare dei proseliti per questo nuovo movimento culturale filosofico, che roba è, ho smesso di cercare i proseliti? non ho mica smesso. allora, niente, ero in giro, ieri, era una giornata di sole di fine inverno, io ero in giro, mi son fermato a bere un caffè in un bar, che avevo fame, io mi sarei mangiato un panino, al bar, invece poi sono entrato, sono andato dritto al bancone, volevo chiedere un panino, invece, un caffè per favore, mi è uscito dalla bocca. che io, questo bar, questa trattoria con bar, io non c’ero mai entrato nella mia vita, io secondo me era meglio se ci entravo un po’ prima, nella mia vita, in questa trattoria con bar, io se nella mia vita ci entravo prima, in questo bar, io perdevo meno tempo, secondo me. che sono andato al bancone, volevo chiedere un panino, invece ho chiesto un caffè, vai a capire te come funzionano i neuroni che ogni tanto prendono delle decisioni autonome, delle iniziative indipendenti, fanno un po’ come gli pare a loro, i neuroni, fa niente, andava bene anche un caffè, al posto del panino, che non avevo poi così tanta fame, io sono andato al bancone, dall’altra parte del bancone c’era una barista. ma mica una barista normale, no. c’era una barista che io quella barista che c’era dietro al bancone che le ho chiesto di farmi un caffè, invece io volevo un panino, io quella barista lì mi è sembrato subito che era bellissima.

oggi la mia pianta grassa, il cactus, ha cercato di uccidermi. che non lo so, si vede che l’avevo fatta arrabbiare, la mia pianta grassa, il cactus, mi si è rivoltata contro. che questa pianta grassa me l’ha regalata una mia amica, la mia amica silvia di pistoia, era venuta a trovarmi, era venuta a star da me per qualche giorno, una mattina l’ho lasciata a casa che ero andato a lavorare, quando son tornato a pranzo, lei era a casa che mi aspettava, solo che durante le ore della mattina che io non c’ero, lei era uscita, era andata a farsi un giro, quando son tornato in camera mia c’era questa pianta grassa, l’aveva comprata lei, per regalarmela. una di quelle piante grasse, un cactus, fatto a forma di palla, con un mare di spine durissime. questa pianta si chiama zucca, mi ha detto silvia, e adesso te ne occuperai tu. ha detto così. poi ha preso dalla mia scrivania un pennarello nero, di quelli indelebili, ha scritto sul vaso della pianta grassa: zucca. e niente, questa pianta è un anno ormai che vive con me, nella mia camera. che avere in casa una pianta grassa, un cactus, è un po’ come non averla, è una pianta che per fortuna si fa i cazzi suoi, basta tenerla un po’ alla luce, darle un po’ d’acqua ogni tanto, ci vivo anche bene, con la mia pianta grassa zucca. solo, ultimamente, non lo so, si vede che la trascuravo, si sarà arrabbiata, oggi ero lì che stavo aprendo un po’ la finestra, zucca, non lo so come ha fatto, è saltata giù dal davanzale della finestra, io l’ho presa al volo, che d’istinto, l’ho vista saltare, l’ho presa al volo. quando l’ho rimessa sul davanzale, mi son guardato le mani, piene di spine. e allora, cosa vuoi fare, mi son messo lì, con calma, a tirar via le spine dalle mani, alcune si erano infilate nella pelle, anche in profondità, le ho tolte tutte. poi, dai buchini che eran rimasti sulle dita, sulle mani, uscivano le gocce di sangue rosso scurissimo, ho pulito il sangue con un fazzoletto di carta, han smesso poi immediatamente, di sanguinare, i buchini sulle mie mani. poi, dopo un attimo, è arrivato il male. che prima non faceva male, poi, è arrivato tutto insieme, mi sentivo le mani che bruciavano, dove c’erano i buchini, mi si son gonfiate le mani, sono andato in bagno a metterle sotto l’acqua fredda, poi, dopo un po’, è passato anche il male, si son sgonfiate, le mani. io non me l’aspettavo mica che la mia pianta grassa, il cactus, zucca, che me l’ha regalata la mia amica silvia, questa pianta grassa, io non me l’aspettavo che mi si rivoltava contro così, ci son rimasto anche un po’ male.

io e la mia morosa, che non ci vedevamo mai, c’eran delle cose che non andavano, io e la mia morosa ci siam lasciati.

che però io son stato astuto come una volpe, io, la meditazione preventiva ora ho la certezza che serve a qualcosa, che ha un futuro, la meditazione preventiva dalle ore ventuno alle ore ventidue finalmente ha un senso, io ora lo so, ho le prove, io adesso che mi son lasciato con la mia morosa, io sto male lo stesso, però la meditazione preventiva mi è venuta in aiuto, preventivamente, che io avevo meditato, io adesso sto male lo stesso, però un po’ di meno.

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